Yagyu Munenori tratta dell’attitudine interiore al combattimento. Si sofferma sul non detto nella sua opera “Tradizioni del clan sull’arte della guerra”. Yagyu, andando controcorrente, dice che la vittoria si decide a grande distanza dal campo di battaglia, mentre le possibilità di ottenerla dipendono dalla mente. Il samurai non può accusare gli altri del suo fallimento. È un’idea buddhista: la mente è determinante. Yagyu non è un buddhista ortodosso, ma fa proprie alcune categorie zen. La spada può dare la vita o la morte, spetta all’uomo di sceverare il bene dal male, e capire quando usare la spada della vita o della morte. Non è importante distruggere l’altro, bensì stroncare il male.

Laozi si scherniva nel parlare del tao, Yagyu sa che la trasmissione dell’insegnamento può trovare orecchie inadeguate, perciò cerca di tenerlo segreto. Laozi è costretto a scrivere, Yagyu sa che non sarà semplice farlo. Yagyu sa che l’insegnamento è la porta, non l’edificio. Lascia all’allievo il compito di riempire i buchi dell’esposizione con l’esperienza personale. «Negli scritti non si può trasmettere il tao». Lo dicono sia Yagyu che Laozi, eppure scrivono. Alcuni conoscono il tao senza averlo studiato. Se si vuole studiare il tao, si dovrà seguire un percorso sfuggente. All’inizio la mente è stracolma di nozioni, e l’allievo si trova impacciato: maledice lo studio. Poi ripulisce la mente, pur continuando a portarsi dietro l’essenza delle nozioni.

Yagyu adotta una logica nonsensical: lo studio è efficace se è dimenticato. La fase dell’apprendimento non è superflua, eppure chi non la supera non arriva al tao. Se l’addestramento dà buoni frutti scompare e diviene parte di noi.

Per Yagyu ogni strategia si fonda sull’inganno, come per Sunzi. Si deve sorprendere l’avversario con un colpo improvviso. Gli si fa credere che non lo si colpirà in quel modo, e invece… Se l’avversario viene colto di sorpresa la sua arma gli si ritorce contro. Non solo non gli serve, ma può dargli la morte per un solo attimo di distrazione. L’avversario si stupisce, e ammira la mossa inaspettata. «La spada dell’altro può essere la tua spada». È il principio del judo, applicato alla scherma.

Per stupire bisogna cogliere l’opportunità, non soltanto nella scherma. Di solito l’uomo non vi riesce, e pensa: «Ma può essere che capiti proprio a me?». Dubitando si è alla mercé dell’avversario. Si seguono meglio i consigli di Yagyu ignorandoli… Yagyu sa che l’opportunità si coglie meglio senza alcun consiglio o strategia. Tutti i discorsi dell’ineffabile sono così: meglio non approfondirli. La mente dovrebbe essere in stato di attesa, nuda, disponibile… chissà a che cosa! Il corpo, vigile, dovrà trovarsi in stato di attacco. Se la mente cercasse di attaccare per prima sarebbe battuta.

Combattimento

Si delinea così un’etichetta del combattimento: chi prende l’iniziativa è sgarbato, aggressivo. Meglio lasciare al nemico la prima mossa, fargli capire che non si ha fretta di batterlo, e non pensare al risultato. Ci si deve abbandonare al flusso. Anche la lotta ha un ritmo. Anziché fissare lo sguardo, è meglio muoversi secondo il flusso. Tutto ciò che lo blocca è nocivo: un consiglio taoista. Ogni indugio è punito, il primo fendente del duello può portare alla vittoria o alla sconfitta. Abbandonarsi al flusso vuol dire evitare di imprimere alla lotta un ritmo personale, artificioso.

Yagyu pensa che, se il nemico scopre il ritmo, se ne servirà. Musashi sostiene che dovremmo andare fuori tempo, sorprendere il nemico e collocarci dove non se lo aspetta. Musashi era un genio, una personalità straordinaria, e molti dei suoi consigli valgono solo per lui.

Yagyu ritiene che ogni previsione sull’esito del duello è rischiosa, rende la mente-corpo passiva, pigra e incline alla sconfitta. Se pensiamo che il nemico non attaccherà, verremo sopraffatti. Yagyu ci ricorda che il nemico attaccherà ogni volta che non ce lo aspettiamo, mentre bramiamo di trafiggerlo. Il nemico attacca sempre. Il samurai esperto sa individuare e prevenire le sue mosse.

D’altra parte, se lo spadaccino si concentra troppo sull’avversario, la sua mente si blocca. Ogni pensiero può essere una fissazione. Yagyu ci suggerisce il non pensare. Il non pensiero è il nonsense. Un monaco zen chiese come si ricorre al non pensiero, e il maestro rispose: «Non pensando». La malattia si espelle accettandola. È un doppio legame.

Yagyu si convince che la logica e la ragione non possono affrontare il non pensiero. Chi ci suggerisce come trionfare non usa il pensiero lineare. Occorrono messaggi contraddittori, dire di fare e non fare, attraverso la non azione e il non pensiero. La mente comune e ordinaria, la mente zen, è già in grado di trionfare. La malattia non si vince respingendola, bensì abbandonandosi ad essa.

Le arti marziali vanno coltivate senza attaccamento, perché non divengano una malattia. Il fanatico che brama la vittoria corre verso la sconfitta. Proprio come il praticante zen che, abbagliato dal Risveglio, non lo ottiene. Spesso la persona non si accorge dell’enorme bagaglio di risorse di cui dispone. È difficile seguire Yagyu. Ce ne accorgiamo quanto più ci addentriamo nel suo pensiero. Yagyu sembra parlar chiaro, ma il suo discorso è la punta di un iceberg. Lo si veda nella distinzione tra esistenza e non esistenza.

Yagyu dice che l’uccello che galleggia è esistenza, e se s’immerge è non esistenza. Yagyu non definisce l’esistenza e la non esistenza. La non esistenza esiste, anche se l’uomo non la vede. Tutto ciò va applicato alla strategia. In che modo? Il nemico attacca sempre, allo stato latente. E anche noi. Sta al samurai esperto comprendere la non esistenza, oltre l’invisibile. L’esistenza non è il visibile, la non esistenza non è l’invisibile. L’esistenza e la non esistenza non sono opposte. E’ una posizione zen.

Yagyu ci esorta a individuare l’aspetto intermedio tra l’esistenza e la non esistenza, il visibile e l’invisibile. Quest’aspetto garantisce il trionfo. La logica degli opposti, che esclude il terzo elemento, non capisce la strategia. Eppure la via di mezzo è la soluzione del problema! La mano che regge la spada dovrà porsi tra la velocità e la lentezza. La malattia della mente, che sceglie una direzione precisa e blocca il flusso del combattimento, va abbandonata. Chi si fissa trascura l’intermedio.

La mente è come la luna: si rispecchia nell’acqua a una rapidità tale che l’uomo non lo percepisce. La mente non va arrestata, ma lasciata libera di cogliere il vuoto, l’invisibile, il Nulla. È il Nulla a muovere il mondo: il Nulla è un altro nome per l’intermedio. «Ordinaria» o «originaria» è un’altro nome per la mente che si vota alla non azione, all’azione del Nulla, al non pensiero. Non è possibile spiegare questa mente: chi non è egocentrico potrebbe farlo, ma non se ne cura.

Si arriva alla non spada, attraverso il non pensiero e la non azione. Ma come parlare della non spada, se non balbettando? «Non spada» significa non cercare di prendere la spada dell’avversario, se ci oppone resistenza. O non essere colpiti. Sarebbe una vittoria: si rifiuta la sfida, e si riesce a non farsi sfiorare. La non spada è come il silenzio che un musicista percepisce senza sapere come. O come la tela bianca, la più difficile da dipingere.

Yagyu esorta l’allievo a non attaccarsi alla tecnica. Il buddhista non si attacca alla vita, sapendola illusoria come la rugiada del mattino. Yagyu va oltre, e proclama che qualsiasi teoria è fasulla se vi si crede ciecamente.

Finché l’allievo cerca di surclassare gli altri, verrà sconfitto: non ha capito il tao. Lo stesso vale per il buddhista che accetti il Dharma senza discuterlo. Meglio sbarazzarsi di qualsiasi punto di riferimento, che sia la scherma, il Dharma o l’arte di Yagyu. Ogni vero allievo dovrebbe farlo, nei confronti del maestro. È il senso più profondo della frase di Linji: «Se incontri il Buddha per strada, uccidilo!». Nelle arti marziali si intuisce che il nemico dell’uomo è lui stesso, la sua spada e la sua mente.

Fonte: “Il pennello e la spada”, di Leonardo Vittorio Arena, ed. Mondadori 2013, pagg. 34-37

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