Una volta conquistati la loro fiducia e il loro amore, Gobind sparse le sementi del Khalsa, “l’essenza della religione pura”, o anche “la purezza”.

Khalsa © theworldofgurunanak.com

Nel giorno della festa annuale di Vaisakhi, mentre i discepoli gli si accalcavano intorno in gran numero, innalzò la sua tenda su un’altura, vicino Anandapur. Quando ai piedi di quella sommità si furono raccolti i fedeli, Guru Gobind, completamente armato, uscì dalla tenda e disse: “Se c’è tra di voi uno dei miei Sikh, mi dia la sua testa in offerta e trovi la fede”. Si fece allora un gran silenzio. Per altre due volte il Guru ripeté la sua richiesta. Alla fine del terzo appello Dayaram, un indù della classe oppressa, si alzò e disse: “Vero Re, la mia testa è al tuo servizio”. Il Guru alzò la sua arma, fece entrare Dayaram nella tenda e poco dopo ricomparve con una spada sgocciolante di sangue. Di nuovo chiese una testa e di nuovo fu un uomo della classe inferiore ad offrirsi. Per cinque volte uscì ponendo la stessa domanda e per cinque volte entrò per sacrificare la vittima. Dopo il quinto rientro, uscì insieme ai cinque uomini e disse: “Una grande speranza si è realizzata; con il loro aiuto getterò di nuovo le basi del Sikhismo rigenerato. Essi sono miei ed io sono loro. Sono i miei cinque prediletti. Li battezzerò. Chi di voi desidera diventare membro del Khalsa sarà obbligato a ricevere questo battesimo e a seguire certe regole”.

Il primo passo per poter accedere al Khalsa era l’iniziazione o battesimo, consentito agli uomini e alle donne. La cerimonia era chiamata Pahul o Amrit Shakna. Il battezzando doveva avere una certa età per comprendere la responsabilità che l’iniziazione gli imponeva. I primi cinque uomini battezzati furono quelli che avevano offerto la loro testa alla spada del Guru. Il Guru raccolse un po’ d’acqua pura e vi gettò dentro alcuni pezzi di zucchero¹. Prendendo una spada con entrambe le lame affilate, rimosse quell’acqua ripetendo lo Savaiya, quartine di sua composizione, preparate per la circostanza, ed altri inni del Granth. Fatto questo fece disporre gli uomini in piedi dinanzi a sé e fece loro ripetere il preambolo del Japji e il nome di Wahi Guru. A quel punto dette per cinque volte da bere, nell’incavo della mano, di quell’acqua consacrata. Ne asperse anche la testa e il corpo. Quando la cerimonia fu terminata, Gobind si rivolse di nuovo all’uditorio, dicendo che tutti i membri iniziati al Khalsa sarebbero stati trattati sul medesimo piede. Niente avrebbe dato il diritto di arrogarsi privilegi più elevati. L’eguaglianza sarebbe stato il principio direttivo della setta. Egli chiese di conseguenza al Panj Piyara (i cinque Sikh che si erano offerti per il sacrificio) di aprirgli l’accesso al Khalsa allo stesso modo. Quando l’iniziazione fu compiuta, disse: “Il Khalsa viene dal Guru e il Guru dal Khalsa, e perciò essi obbediranno l’uno all’altro”.

Guru Nanak, aggiunse, non collocava altri che Angad sul trono spirituale, ma egli, Gobind, investiva l’intero Khalsa della dignità di Guru. Si noteranno qui la diplomazia di Gobind e il modo in cui dissolveva la monarchia spirituale del regno del Guru. Quell’atto di Gobind fu una riforma grandiosa ed efficace. Il Guru e il discepolo diventano amici ed eguali e la supremazia del Maestro sul discepolo venne abolita

¹: si dice che la moglie del Guru, per curiosità, venne ad assistere al battesimo. Per caso aveva qualche pezzetto di zucchero in mano. La sua apparizione fu considerata di buon auspicio per la razza dei khalsa, che Gobind avrebbe generato. Le venne chiesto di mettere lo zucchero nell’acqua sacra. Da allora in poi, l’usanza di aggiungere dello zucchero nell’acqua sacra venne conservata.

Fonte: “I Sikh, leggende e storia dei mistici guerrieri”, di Lajwanti Rama Krishna, ed. Ghibli

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