Il concetto tantrico di unione degli opposti, hanno in Tapa un concetto basilare nella pratica del Gatka e del Kundalini Yoga.

Tapa si viene a generare, quando le energie che solitamente si disperdono verso l’alto e/o in basso, nell’essere umano, sono invertite e convergendo nell’ombelico danno origine a quello che è definito come Fuoco Interno o Calore Bianco.

Tapa attiva quindi il processo della primeva energia cosmica, la cosiddetta Kundal o Kundalini, che prima sale nei centri energetici della testa per poi posizionarsi nell’ombelico, in quello che in tutte le tradizioni é definito come “risveglio della Coscienza del Sé Superiore”.

Così come nel Kundalini Yoga, anche nel Gatka esercizi, precisi in esecuzione e bio tempi, vengono utilizzati per generare Tapa.Manipura Chakra. Effetto di questo processo alchemico è l’attivazione della Mente Neutra, che scaturisce dal bilanciamento della Mente Negativa e Positiva e apre il soggetto alla dimensione Tantrica del “qui ed ora”. Dimensione Intuitiva e Meditativa, nel pieno svolgersi di un’azione caotica e stressante.

Non c’è da stupirsi quindi se questo processo sia utilizzato consapevolmente o meno nelle Arti Marziali e nello specifico del Gatka (Grazia o Estasi), scientificamente studiato e formulato nel binomio “Santo – Soldato”.

Il Gatka nacque sotto una precisa combinazione di pressioni storiche sociali e spirituali che fecero sì che l’antica tradizione dei Guerrieri si fondesse con l’anelito spirituale dei primi componenti della comunità dei Sikh insistente nel nord-est dell’India, in quella che era chiamata la Terra dei Cinque Fiumi, il Punjab.

Diversi fattori quindi, quali il rifiuto dell’ordine castale vigente in India in quel tempo, l’assenza di figure sacerdotali (in quanto il rapporto col divino incarnato nel Libro Sacro non poteva essere mediato da nessuno se non dalla propria coscienza), l’accettazione delle responsabilità sociali e familiari in prima persona, hanno contribuito al formare il corpo del Gatka quale naturale espressione di un’assunzione di responsabilità anche militare non delegata a caste di guerrieri.

Infatti, solo uno squadrone di appena duecento cavalleggeri era costantemente tenuto allertato svolgendo così una funzione che oggi chiameremmo di intervento rapido, mentre il grosso delle truppe era costituito da tutti gli uomini che per educazione erano addestrati già al Gatka.

1) L’elaborato di Tesi di Laurea della dott.sa Cusano dal titolo: “ Il Sikhismo: dalle origini alla diffusione in Occidente. I protagonisti, i riti, le credenze.” , evidenzia quanto l’aspetto sociologico abbia influito sulla nascita del Gatka e quanto a sua volta essa abbia determinato i caratteri marziali del Sikh Dharma.

“…nel tempo il sikhismo assume un carattere marziale. Nel corso della sua storia conosce momenti difficili e sanguinosi. Le possibilità erano solo due per i Sikh: soccombere al nemico che li perseguitava o tenergli testa, battendosi solo qualora fosse necessario. I Sikh scelsero questa seconda strada. Furono martiri e soldati, strateghi e prigionieri. Si esercitarono nelle arti marziali, cosicché il carattere “guerriero” divenne un loro segno distintivo.

A dimostrazione, esiste l’idea, nel sikhismo, che un fedele deve esercitarsi, in combattimento come nella vita, per diventare un santo-soldato. Santo nel senso di colui che dedica la propria vita al bene, perseguendolo con pensieri, parole e azioni, impegnandosi affinché nel mondo prevalga sul male. Soldato nel senso di persona sempre pronta a discernere tra bene e male e, se necessario, a lottare contro il male.

Oggi il Gatka è praticato sia in India sia in occidente. In India la sua trasmissione assume anche il carattere di trasmissione della tradizione sikh: i due aspetti sono strettamente legati. In occidente è molto meno probabile dei praticanti di Gatka abbiano scelto questa arte marziale per proseguire la tradizione sikh.

In occidente il Gatka è sì presentato come sikh, ma altresì come una disciplina in grado di dare al praticante degli strumenti che egli userà per raggiungere e mantenere uno stato di equilibrio psico-fisico. Ripetendo precisi schemi di movimento, in un determinato stato di coscienza, il discepolo può allargare il proprio spazio personale, espandere i propri confini e le proprie opportunità – in senso fisico, mentale, emotivo e sociale.

Se in India il Gatka nasce per combattere il “nemico fuori”, in occidente la sua pratica insegna a confrontarsi anche con il “nemico dentro”. Il “nemico dentro” è l’ombra racchiusa in ogni essere umano, il bollente calderone dell’inconscio che, inesplorato, può essere pericoloso, mentre conosciuto e opportunamente gestito, può divenire fonte di grande forza…”.(1)

Minacciati di genocidio dall’Impero Mogul di fede Islamica i Sikh si videro costretti, per difendere la propria sopravvivenza, a combattere utilizzando in principio le antiche tecniche del Kalari Payat, trasformandole via, via in un nuovo e originale sistema d’armi: il Gatka “la Grazia”

La contingenza sociale, le tecniche preesistenti e l’originalità dei caratteri spirituali della Comunità furono gli elementi che fecero germinare un nuovo modo non solo di combattere ma anche di essere combattente.

Cosicché mentre il Gatka divenne parte integrante del Sikh Dharma, il Sikh Dharma stesso si alimentò dell’originale esperienza traendone caratteri che sono ormai parte di esso.

2) E’ illuminante in tal senso l’elaborato di Tesi di Laurea del dott. Simone Martinelli dal titolo “Gatka: Arte Marziale o Via Salvifica?”

“…I Sikh non fuggono dalle esigenze del corpo, né da quelle dello spirito. Essi riconoscono l’importanza del lavoro onesto e dell’impegno sociale, poiché solo coltivando ogni aspetto della natura umana l’uomo può arrivare a conoscere realmente se stesso e valicare il proprio essere, riconoscendo la propria identità con Dio.

Così conoscere i propri limiti, in battaglia e nella vita, e tentare quotidianamente di superarli, in una strenua ed incessante ricerca di miglioramento di sé, è importante per una comprensione più profonda dell’esistenza, e del singolo, e della comunità.

In questo senso si ritiene che la pratica del Gatkā sia conforme alla soteriologia del Sikh-panth. L’idea del sant-sipāhī (santo-soldato) è una conferma di ciò: chi appartiene al khālsā non può fuggire le proprie responsabilità sociali e si impegna nella difesa della comunità; questo è il suo dharma e la sua via verso la salvezza.

Esperendo il bilanciamento fisico che il Gatkā costringe a ricercare, egli riequilibra gradualmente la propria mente; infine, perfettamente in equilibrio, esperisce sul piano spirituale la propria identità con Dio.

Si può dunque rispondere, concludendo, alla domanda che compare nel titolo: il Gatkā non è né una via soteriologica, né un’arte marziale. Il suo valore nel Sikh-panth risiede piuttosto nella sua possibilità di sviluppare i molteplici aspetti dell’uomo. Contemporaneamente il Gatkā è sia un mezzo di salvezza, sia un’arte marziale: è nella sintesi di queste sue due caratteristiche che si realizza l’ideale del sant-sipāhī….”. (2)

Quali sono quindi i peculiari caratteri tecnici e psicologici che rendono originale e nel contempo così emblematico il Gatka tanto da essere riconosciuto non solo come mortale sistema d’armi ma anche sistema educativo della gioventù?

Non possiamo non notare la “contaminazione” dei mistici dell’Islam, i Sufi, con i primi Sikh e Guru Nanak in particolare, fondatore del futuro Sikh Dharma.

Infatti, il famoso Maestro Sufi, Kabir compare con alcuni suoi scritti nel Libro Sacro dei Sikh, il Siri Guru Grant Sahib.

Sicuramente il moto rotatorio usato dai mistici Sufi per addivenire a stadi meditativi trascendentali ispirò la ricerca di un’attitudine meditativa in combattimento e anche nel modo di usare la Spada.

L’originalità è stata nel passare dal moto circolare e unidirezionale al moto infinito basato sulla forma dell’otto ripiegato. Questo movimento permette, di fatto, di cambiare in movimento, senza mai interrompere il moto della spada, i piani di attacco e difesa.

Si viene così a generare una sorta di sfera intorno al guerriero in cui esso e libero di cambiare obbiettivo e funzione. Sarà per lui inoltre possibile usare tutte e due le braccia e muoversi insieme alla sfera che lo circonda, proteggendolo, in tutte le direzioni del piano.

Questi cambi di direzione, inseriti in un moto infinito, possono avvenire solo, quando l’arma è perpendicolare al piano, il che implica una scelta di tempo perfetta. L’ anticipare o ritardare sotto una pressione emozionale, il momento unico, equivarrebbe a mancare i piani di difesa e/o attacco, in ultimo, la morte.

Quindi il Gatka stesso per sua natura lavorando in maniera bilanciata sugli emisferi celebrali induce quello stato mentale neutro che è indispensabile in battaglia e non di meno nelle alterne vicissitudini della vita di tutti i giorni.

In questa maniera era quindi possibile sostenere con successo un confronto con molti più avversari, la qualcosa soddisfaceva in pieno al bisogno di sopravvivenza della Comunità Sikh.

Questo controllo dello spazio interno ed esterno e l’uso di tutte le armi e poter far di tutto un’arma contribuì ulteriormente e in termini non solo militari al successo del Gatka.

Infatti, l’educazione al controllo delle energie (Tattwa) e la rinuncia all’abbandonarsi ad esse crearono un sistema educativo di equilibrio, sicurezza e consapevolezza che apportò benefici nella comunicazione e nel commercio, ragion per cui fu adottato quale indispensabile strumento formativo per la gioventù di allora, cosa che è naturalmente valida tutt’oggi.

3) A riprova di quanto sopra detto è interessante citare la dott.sa Cannizzaro che approfondisce proprio questo aspetto nell’elaborato della sua Tesi di Laurea dal titolo: “Narcisismo e Spazio Personale nella pratica del Kundalini Yoga e del Gatka”

“…sono state prese in considerazione le eventuali differenze esistenti tra chi pratica Yoga, chi pratica Gatka e chi non pratica nessuna delle due discipline, rispetto al loro particolare modo di sentirsi e di sentire il proprio spazio…

…sono state rilevate differenze significative riguardo allo spazio personale, tra i tre gruppi di soggetti considerati.

L’area dello spazio personale dei soggetti Gatka è risultata infatti significativamente più ampia ; in entrambi i gruppi sperimentali (Yoga e Gatka) lo spazio personale è stato percepito come più ampio, piacevole, comodo e concreto; inoltre, i soggetti del gruppo Gatka sono risultati più consapevoli del proprio spazio, rispetto ai soggetti degli altri due gruppi.

Partiamo dal commentare i risultati emersi rispetto al gruppo Yoga. Ricordiamo come il Kundalini Yoga, con la sua mole di esercizi fisici (asana), respiratori (pranayama), mentali (Dhyana), sempre compresenti in un unico Kriya (sequenza di esercizi miranti alla soluzione di un problema specifico), costituisca un valido strumento di integrazione psicofisiologica; ricordiamo ancora che meta ultima della pratica Yoga è il samadhi , che altro non rappresenta se non la “quintessenza della calma”, una profonda connessione con se stessi, il piacere di sentire la propria presenza nel “concreto” qui ed ora, e di espandere al tempo stesso, i propri confini in “un’armoniosa unione con l’Universo”.

Da questo piacere di sentire concretamente la propria individualità e contemporaneamente “perdersi nell’unione con l’Infinito”, nascerebbe, quindi, il piacere di percepire il proprio spazio, sentito appunto come maggiormente concreto, ampio, piacevole e comodo, rispetto ai soggetti di controllo.

Gli stessi risultati emersi nel gruppo Gatka, rispecchierebbero anche qui, quel particolare stato di totale e concreta presenza a se stessi e al mondo circostante, che nasce dalla pratica meditativa, che contraddistingue anche questa disciplina.

Inoltre, la “naturalezza”, fluidità e circolarità dei movimenti del corpo, tipici del Gatka, assieme al vorticoso roteare della spada e di armi anche molto più lunghe come il marathi, che “disegnano” lo spazio attorno al praticante, e ancora, il doversi destreggiare appunto con armi diverse che richiedono un diverso modo di utilizzare lo spazio e gestire le distanze, tutti questi fattori insieme, coltiverebbero nel “gatker” una spiccata consapevolezza del proprio spazio personale che, nel corso della pratica marziale espanderebbe dunque i propri confini…

… I risultati ottenuti, inducono dunque a confermare e concludere che, come accennato in precedenza, il Kundalini Yoga e il Gatka siano discipline che promuovono la consapevolezza di se stessi e del proprio spazio, il piacere di sentirsi e sentire il proprio spazio, e per quanto riguarda in particolare il Gatka, anche la piacevole sensazione di “muoversi”, in combattimento come nella vita, liberi da schemi predefiniti”(3).

(1) “Il Sikhismo: dalle origini alla diffusione in Occidente. I protagonisti, i riti, le credenze.”
Autore: Ilaria Cusano
Relatore: Michele Calafato
Cattedra: Sociologia delle Religioni
Facoltà: Antropologia Interculturale
Università di Roma: “La Sapienza”
Anno Accademico 2005/06

(2)“Gatka: Arte Marziale o Via Salvifica?”
Autore: dott. Simone Martinelli
Relatore: Raffaele Torella
Correlatore: Stefano Piano
Cattedra: Religioni e filosofie dell’India.
Facoltà: Studi Orientali
Università di Roma “La Sapienza”
Anno Accademico 2004/05

(3)“Narcisismo e Spazio Personale nella pratica del Kundalini Yoga e del Gatka”
Autore:Dr.ssa Valentina Cannizzaro
Relatore. Vezio Ruggeri
Correlatore: Paolo Fabozzi
Facoltà di Psicologia
Cattedra: Psicofisiologia
Università di Roma “La Sapienza”

* * *

Forse potrebbero interessarti anche...