Adi Shakty

Vita e morte non sono altro che due aspetti del medesimo «gioco degli opposti» cui l’uomo si trova a partecipare.

I Sikh concepiscono infatti l’essere umano come un complesso di forze opposte e complementari, in cui il positivo non è né più né meno importante del negativo: è questa profonda convinzione che li rende attenti alla coltura tanto delle proprie aspirazioni mondane, quanto di quelle spirituali. Scontrarsi con un avversario significa confrontarsi con l’altro da sé. Le dinamiche del combattimento sono molteplici ed imprevedibili, poiché sono il frutto dell’incontro di due esistenze, di due visioni, di due stati di coscienza. In questo senso lo scontro con l’altro non è in alcun modo schematizzabile, poiché estremamente mutevole ed intimamente legato alle contingenze del momento e presuppone sempre la possibilità di essere sopraffatti. La Mente Neutra è lo stato cui deve tendere il guerriero, poiché solo combattendo senza attaccamento si affronta la battaglia senza attendere vittoria o sconfitta, accettando indifferentemente quanto accade, in modo da non abbandonarsi né alla paura né all’arroganza, le quali sarebbero causa di disfatta.

La vita presenta le medesime caratteristiche del combattimento: se si vivono con attaccamento le gioie ed i dolori che essa presenta, si viene continuamente trascinati da una parte all’altra senza poter realizzare completamente le proprie aspirazioni e potenzialità.

In questo senso studiare le dinamiche del combattimento aiuta a conoscere meglio la propria intima natura, poiché l’esistenza di ognuno altro non è che una lotta con se stessi: capire la lotta con l’altro è capire quella dentro di sé.

Una grande campionessa dello sport italiano come Alessandra Sensini, partendo da un punto di vista completamente diverso, ha fatto la stessa esperienza:

“Un orologio naturale incomincia a scandire il ritmo ondoso. Finalmente è tempo; all’inizio l’onda è un piccolo gonfiore dell’acqua che sembra appena in movimento. Sta crescendo: bisogna prenderla nel momento giusto, non un attimo prima, non un attimo dopo. In cima ci si sente fuscelli. La forza di un’onda è spaventosa. Le sensazioni sono forti, a volte dirompenti, ma quando si imparano i segreti per dominarle, l’onda diventa tutto: la natura amica, l’energia vitale, il senso stesso dell’essere uomini. Conoscere la cresta dell’onda, è saper governare i propri equilibri: dietro quella spuma bianca e quelle trasparenze azzurrine, solo in apparenza inconsistenti, si nasconde la potenza vibrante del mare. Farsi trasportare o farsi travolgere: è un dilemma che vale nello sport come nella vita”

I Sikh non fuggono dalle esigenze del corpo, né da quelle dello spirito.

Essi riconoscono l’importanza del lavoro onesto e dell’impegno sociale, poiché solo coltivando ogni aspetto della natura umana l’uomo può arrivare a conoscere realmente se stesso e valicare il proprio essere, riconoscendo la propria identità con Dio.

Così conoscere i propri limiti, in battaglia e nella vita, e tentare quotidianamente di superarli, in una strenua ed incessante ricerca di miglioramento di sé, è importante per una comprensione più profonda dell’esistenza, e del singolo, e della comunità.

In questo senso si ritiene che la pratica del Gatkā sia conforme alla soteriologia del Sikh-panth. L’idea del sant-sipāhī (santo-soldato) è una conferma di ciò: chi appartiene al khālsā non può fuggire le proprie responsabilità sociali e si impegna nella difesa della comunità; questo è il suo dharma e la sua via verso la salvezza.

Esperendo il bilanciamento fisico che il Gatkā costringe a ricercare, egli riequilibra gradualmente la propria mente; infine, perfettamente in equilibrio, esperisce sul piano spirituale la propria identità con Dio. Si può dunque rispondere, concludendo, alla domanda che compare nel titolo:

il Gatkā non è né una via soteriologica, né un’arte marziale.

Il suo valore nel Sikh-panth risiede piuttosto nella sua possibilità di sviluppare i molteplici aspetti dell’uomo. Contemporaneamente il Gatkā è sia un mezzo di salvezza, sia un’ arte marziale: è nella sintesi di queste sue due caratteristiche che si realizza l’ideale del sant-sipāhī.

Simko

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