“Dal Guru ho avuto la spada supremamente potente della saggezza spirituale. Ho abbattuto la fortezza della dualità e del dubbio, dell’attaccamento, della cupidigia e dell’egoismo. Il nome del Signore alberga nella mia mente; contemplo la parola degli inni del Guru” (Guru Ram Das¹, Maru, p. 1087)

Nel bene o nel male, l’abito fa spesso il monaco, poiché l’abito – e gli ammennicoli che lo accompagnano (orologi, collane, braccialetti, anelli, …) – è una segnalazione della propria identità, agli altri ma anche a se stessi: un memento identitario, fino agli estremi simbolizzanti dell’oggetto transizionale.

Di solito, questi schemi sono regolati dai diktat sociali del consorzio in cui si vive, ma negli agglomerati multietnici di tante città odierne, capita di imbattersi in abbigliamenti diversi da quelli consueti.

Così, anche nelle metropoli occidentali si possono di tanto in tanto incontrare dei signori dalla pelle bruna con turbante di tessuto prezioso intorno al capo. Sono i sikh, una parola punjabi (la lingua del Punjab, loro regione originaria) che significa “discepolo”, e che indica i membri di una religione monoteista indiana fondata oltre cinquecento anni fa da Guru Nanak (15 aprile 1469 – 22 settembre 1539).

I sikh maschi battezzati, che vanno a formare il cosiddetto khalsa², seguno delle regole di comportamento e delle convenzioni; le quali, declamate nel Reth Maryada (il codice di condotta ufficiale sikh), prescrivono di indossare degli articoli di fede, le cosiddette “cinque K” (kakar): “portate sempre sulla vostra persona le cinque K: il kesh (capelli lasciati crescere³ e che i maschi tengono avvolti nel turbante distar), il kirpan (spada o coltello rinfoderati), il kachh (lunghe mutande un tempo in dotazione ai soldati), il kanga (pettine), il karha (braccialetto di ferro o acciaio4)” (Reth Maryada, “cerimonia del battesimo o iniziazione”, sezione 6, capitolo XIII, articolo XXIV, paragrafo p.).

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Cosa ci fa una spada tra gli attributi di un uomo religioso fedele al messaggio d’amore, comprensione e uguaglianza del suo primo profeta? La spada è presente perché si tratta di un’arma simbolica, cerimoniale, come indica il suo nome: il termine punjabi kirpan deriva dalle parole kirpa e aan, che significano rispettivamente “atto di bontà” , “benevolenza”, “favore”, “compassione”; e “onore”, “dignità”, “rispetto”, anche per se stessi.

Va da sé che il kirpan, soprannominato “mano pietosa”, consustanzia tutte le qualità succitate, e con esse l’obbligo al coraggio di uno spirito forte, libero e assertivo, che ha solenne diritto all’autodifesa.

Il sikh battezzato deve essere deciso e pronto a sacrificarsi per difendere il bene, la verità, la giustizia, i suoi valori morali contro l’oppressione, l’ingiustizia, le forze del male, per se stessi e per gli altri.

Guru Gobind Singh5 diede licenza di usare la spada unicamente per proteggere i deboli e gli oppressi, tale per cui il kirpan è un’ “arma difensiva”, in opposizione al talwar che è il nome delle armi da offesa6; è uno strumento di ahimsa, la non violenza, considerata però come prevenzione attiva della violenza.

Nello Zafarnama, il santo raccomanda inoltre ad Aurangzeb: “Chuna Kar az hama hilate dar guzasht Halal Ast Burdan ba shamsheer dast” (“Solo quando tutti gli altri sforzi di riconciliazione falliscono, è giusto impugnare la spada (per difendersi)”).

I kirpan furono usati sotto questo segno già al tempo del sesto profeta, Gur Har Gobind (1595 – 1644), che portava ben due spade come rappresentazione del potere temporale e spirituale: Miri e Piri, così importanti da rientrare nel simbolo dei sikh, il khanda; insieme al chakram, un cerchio di metallo che è un’arma da lancio ma qui rappresenta nel perimetro interno la coscienza individuale, corporea, e in quello esterno la “coscienza universale senza forma.

Har Gobind era un soldato, a capo di un esercito che si opponeva alle forze Mogul, di fede islamica. Per lui, ogni sikh doveva essere un sant-sipahi (“santo-soldato”), che mentre vive nella contemplazione di Dio, affronta le mondane responsabilità sociali con l’ardore e l’ardimento del guerriero. Tanto che egli avrebbe dato al khalsa il titolo altrettanto significativo di Akal Purakh de fauj: l’“esercito di Dio”. Anche in quel periodo turbolento era comunque proibito ai sikh qualunque atto di aggressione spontaneo. Nella mentalità dei sikh è dunque ben presente uno spirito marziale, che viene loro costantemente ricordato dal kirpan stesso; il quale però, tengono a precisare molti di loro, al momento non è coretto definire arma, in quanto pura metafora culturale dell’autorità divina delle virtù superne.

Infatti, nonostante l’umanitarismo che pervade questa religione, nello studio di essa non va trascurata la sacralità, o perlomeno la mitizzazione, associate alla battaglia, o perlomeno alla lotta; anche solo nella mirabile lezione di William James, che proponeva l’impegno etico come l’ “equivalente morale della guerra”.

L’impegno etico, per i sikh, è proprio intriso di sentimento guerriero, il cui cantore principale è l’ultimo dei nove successori di Guru Nanak, il suddetto Guru Gobind Singh (22 dicembre 1666 – 7 ottobre 1708): Le sue lodi, nel capitolo I del Vachitra Natak, sono auliche e accorate : “O spada, o conquistatore di continenti, o vincitore delle legioni del male, ornamento dei coraggiosi sul campo di battaglia. Le tue braccia sono indistruttibili, la tua luce rifulgente, la tua gloria e il tuo splendore abbagliano come il sole. O Felicità del santo, o distruttore degli intenti malvagi, o soggiogatore del peccato, io cerco in te rifugio”.

Già Guru Nanak apparteneva agli kshatriya (letteralmente “i protettori”), la casta guerriera dell’India, ma i suoi insegnamenti amorevoli subirono una svolta militaresca soltanto con Gobind Singh.

A lui dobbiamo il comandamento di portare sempre il kirpan, il suo inserimento nelle cinque K e l’istituzione, nel 1699, del rito battesimale sikh, dove emerge di nuovo l’importanza di questo strumento : la cerimonia si chiama khanda di pahul, “battesimo della spada”, e la miscela di acqua e zucchero che l’iniziando berrà da una tazza d’acciaio viene mescolata proprio con un kirpan7.

A quel tempo non era un problema portare infilato in cintura un kirpan di grandi dimensioni, una sciabola vera e propria. In epoca moderna, chiaramente non è più così, dunque i sikh hanno dovuto affrontare diatribe giocoforza sfociate nel consorzio legale. Anche qui non hanno smentito la loro fierezza, perorando infaticabilmente la supposta prerogativa culturale di indossare queste lame.

La più grande causa del genere si verificò dopo che l’Indian Arms Act del 1878 proibì di indossare armi, pena la galera, a chiunque non detenesse un permesso governativo speciale.

I sikh reagirono con la grande campagna “Kirpan morcha” del 1921-22, durante la quale seguitarono ad accompagnarsi con le loro sciabole sacre e i loro capi seguitarono a guidare manifestazioni pubbliche. Era il periodo della riforma Gurdwara (1920-25), e la questione del kirpan ormai chiamava in causa l’assetto politico.

Il governo inglese, che aveva annesso il Punjab all’India nel 1849, arrestò migliaia di sikh colti in possesso dell’oggetto; le fabbriche come quella di Bhera e Sialkot dedite alla sua produzione furono assalite e chiuse, sequestrato ogni kirpan più lungo di 9 pollici (22,86 centimetri). Le vittime di questa repressione furono definite “Kirpan Bahadur”, “Eroi del kirpan”, e alla loro resistenza Seva Singh dedicò nel 1922 un settimanale dallo stesso titolo.

Riguardo all’esercito britannico, c’erano stati precedenti segnali di concessione, quando al tempo della Prima Guerra Mondiale esso temeva di disincentivare l’arruolamento dei sikh se avesse applicato una proibizione del kirpan troppo severa. In seguito, però, neppure i soldati sikh furono risparmiati, e molti finirono alla corte marziale per la detenzione delle sacre lame. Alla fine i sikh l’ebbero vinta: sempre nel 1922 il governo del Punjab acconsentì a negoziati con la commissione Shiromani Gurwara Parbandhak, grazie ai quali fu concesso di portare il kirpan, ma di estrarlo soltanto per la preghiera (arda), il battesimo e le processioni.

Non fu vittoria da poco, se tuttora in India l’articolo 25 della Costituzione dà ai sikh licenza di portare la spada ovunque, eccetto sugli aerei e all’assemblea legislativa.

Il fatto che il Reth Maryada non specifichi né le dimensioni, né la foggia, né il punto del corpo su cui indossare il kirpan è oggi un vantaggio per i sikh, dal momento che la gran parte dei Paesi non gli consentirebbe di aggirarsi con una spada8.

Così, quelle a forma di daga o addirittura di sciabola compaiono solo nelle feste religiose, come il matrimoni. Oppure nella gatka (letteralmente “bastone”, ma viene inteso anche come “estasi”), l’arte marziale dei sikh di ogni sesso ed età che viene fatta risalire sempre a Guru Gobind Singh9. Qui si imprime nelle armi un moto circolare ininterrotto con ampie giravolte del corpo, grazie al quale intorno al praticante si crea una sfera protettiva ed è più facile combattere diversi aggressori.

Nella gatka si usano i kirpan più grossi, vere e proprio sciabole di novanta centimetri. Ma quelli indossati nella vita quotidiana, per lo più sotto gli abiti, sono più piccoli, fatti di ferro o acciaio dolce, affilati o meno. Le misure comuni vanno dai 15 ai 23 centimetri, che in occidente si riducono spesso a 7,5 o 9. con accorgimenti simili, in Belgio, Svezia, Canada, e Gran Bretagna, i kirpan sono consentiti per motivi religiosi o perché annoverati tra i coltelli innocui. Negli Stati Uniti ci sono state diverse cause legali, ma poi la questione è stata risolta con gli accorgimenti opportuni.

Rimane nota la dichiarazione del giudice J. Painter dopo che il 31 dicembre 1996 terminò la causa dello stato dell’Ohio contro il dottor Harjinder Singh: “la religione sikh appartiene alla storia del mondo del XV secolo. Parte di questa religione sono le ‘cinque K’ indossate dai suoi membri. Essere un sikh significa indossare un kirpan – è così semplice. Si tratta di un simbolo religioso, e in nessun caso di un’arma”.

Stessa motivazione addusse nel 2009 il giudice Massimo Vacchiano, del tribunale di Cremona, per assolvere un sikh che era stato colto a fare spese con un kirpan di diciassette centimetri. La notizia ha fatto un certo scalpore in Italia, dove i sikh stimati dalla Caritas nel 2008 sono 70.000, soprattutto allevatori nella pianura padana e nell’Agro Pontino.

L’archiviazione di un caso analogo fu concessa nel gennaio 2009 dal tribunale di Vicenza, ma per la ragione diversa che il kirpan non era affilato: “L’indiano aderente alla religione sikh che, in conformità ai precetti della propria legge, porti in pubblico un pugnale kirpan privo del filo di lama non commette reato di ‘Porto di armi od oggetti atti ad offendere’ (art. 41. n. 110/75)”. È lo stesso articolo della legge italiana che consente il trasporto di coltello per “giustificato motivo”10, e che dunque lascerebbe adito alla plausibilità religiosa.

Una visione in totale concordia, abbiamo visto, coi propositi dei sikh.

La pertinacia e lo stoicismo con cui essi hanno lottato, sempre civilmente, per il loro kirpan, trae vigore no solo dal comandamento sacro, ma anche dal significato ad esso sottostante: il coraggio di proclamare apertamente la propria fede anche in tempi di persecuzioni, come quella tremenda dei Moghul. L’idea venne proprio allora a Guru Gobind Singh dopo aver visto martirizzato dai regnanti musulmani suo padre Guru Tegh Bahadur, che non voleva convertirsi all’islam, e i suoi confratelli dediti all’anonimato per non subire la stessa sorte. Niente poteva essere meglio della spada come simbolo di cotanta temerarietà; anche perché, come il turbante, non è facile da occultare. Per questo, il 30 marzo 1699 egli la usò ad Anandpur battezzando i primi uomini del khalsa, diventati noti come Panj Pyare: “i Cinque Amanti”: Sahib Dharam Singh Ji, Sahib Daya Singh Ji, Sahib Himmat Singh Ji, Sahib Mohkam Singh Ji e Sahib Sahib Singh Ji.

C’è un aneddoto dietro a questo evento: Guru Gobind, con la lucente spada sguainata, arringò la folla dei fedeli perché mostrassero la propria devozione lasciandosi decapitare. Proclamata la richiesta tre volte, un uomo ebbe finalmente l’ardire di offrirsi: fu condotto in una tenda, da cui poco dopo il maestro uscì col sangue che colava dalla sua lama. Altri quattro sikh seguirono la stessa sorte. Dopodiché Gobind emerse dalla tenda insieme ai cinque temerari, perfettamente illesi, allorché si scoprì che le vittime del sacrificio erano state invece delle capre.

Per nominare e benedire questi Panj Pyare, il guru versò in una coppa di ferro dell’acqua, cui sua moglie aggiunse grani di zucchero, perché quegli eroi buoni meritavano dolcezza.

Era nata l’iniziazione dei sikh, la quale necessita del kirpan come strumento che penetra la verità cosmica favorendo l’illuminazione spirituale.

La spada è stata un simbolo importante per la mente ad ogni latitudine. Potremmo quasi definirla un archetipo. La spada sikh rende perfettamente onore a questa campagna di lungo corso delle vicende virili; ma soprattutto incarna, con gli altri kakar, valori etici che, se rispettati veramente e non rinnegati per interessi terreni, sono degni di essere condivisi da chiunque. Per la gloria imperitura dei sikh.

Note:

1: Guru Ram Das (24 settembre 1534 – 1 settembre 1581) fu il quarto patriarca dei sikh.

2: Khalsa significa “puri”, e indica persone che “appartengono al Divino”.

3: Kesha significa “capelli”

4: anche il khara in origine poteva servire forse a parare i colpi di armi bianche nemiche

5: a partire da Guru Gobind, il “Codice di condotta ufficiale sikh” prescrive che i maschi battezzati aggiungano “Singh” alla fine del nome, mentre le femmine “Kaur”. Sono ambedue epiteti religiosi, perché significano rispettivamente “leone” e “principessa”. Guru si traduce invece con “maestro”

6: in realtà, gli esperti d’armi chiamano talwar un tipo ben preciso di sciabola indiana del tutto simile a quelle kirpan.

7: la cerimonia totale è più nota col nome Amritsanchar, poiché quest’acqua santa, che viene anche cosparsa sul capo e sugli occhi dell’iniziando, rappresenta l’amrit, il nettare dell’immortalità. Di conseguenza, il fedele andrà a chiamarsi amritdhari, “possessore dell’amrit”.

8: un problema analogo si ha nelle nazioni le cui leggi prescrivono di indossare un casco quando si guida una motocicletta, perché il turbante dei sikh non lo consente

9: al precedente Guru Har Gobind si attribuisce invece l’invenzione di un altro metodo di addestramento con armi tradizionali,lo shastar vidima o sanatan sikh shastar vidima.

10: ricordo l’insegnamento di un mio caro zio elegante e geniale secondo cui un gentiluomo porta sempre con sé un pezzo di spago e un temperino, che, in quanto tale, non avrebbe lama di lunghezza superiore alla misura un tempo legale di “quattro dita”

Stefano Pernatsch
fonte: rivista “Samurai Bushido”

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