1) Guru Baba Nanak (1469-1539)

Guru Baba Nanak

Guru Nanak nacque, secondo la tradizione, il 15 aprile del 1469, nel villaggio di Rai Bhoi di Talvandi (nel Punjab) in una famiglia indù. Il suo nome significa “rampollo della famiglia del nonno materno” (nana).

Fu sin da subito un bambino molto particolare: amava comporre e cantare inni sacri, meditare e vivere nella giungla. In un periodo in cui i rapporti tra indù e musulmani erano alquanto tesi, Nanak andava d’accordo con entrambi, ed entrambi aveva per amici. Aveva un grande fascino e ogni tanto cadeva in trance perdendosi nei suoi canti e staccandosi da tutte le sue necessità fisiologiche. Fin dalla sua infanzia Guru Nanak manifestò tendenze mistiche, stupendo parenti e maestri con una eccezionale sapienza, tanto che queste sue tendenze vennero interpretate come dei segni divini premonitori della sua futura grandezza.

Nanak faceva il contabile e si interessava all’Islam e al Sufismo (corrente mistica dell’Islam).

Le biografie descrivono Nanak come una sorta di Maestro Spirituale, che osservava scrupolosamente i doveri religiosi ed esercitava una forte attrattiva sull’ambiente circostante.

Secondo le fonti storiche, intorno ai trent’anni, Nanak ebbe una esperienza mistica, che lo mise in contatto con Dio: mentre stava facendo il bagno in un fiume Nanak scomparve. Gli amici pensarono che fosse annegato, ma il quarto giorno riapparve affermando che Dio gli era apparso e lo aveva incaricato di una missione religiosa.Sostenne di aver ricevuto la grazia dell’illuminazione e di voler vivere la sua vita in perenne comunicazione con l’unico vero Dio, simbolo dell’unione tra le religioni e le razze. Avrebbe dovuto insegnare che “davanti a Dio non c’è Indù,non c’è Musulmano” ma soltanto carità, servizio e preghiera.

Da quel momento Nanak divenne un esempio di amore, pace e tolleranza tra le diversità.Da allora Nanak, divenuto Guru Nanak, intraprese una serie di viaggi che lo portarono per circa 20 anni fino alla Mecca (Arabia, Mesopotamia, Persia, Kashmir, Tibet, Birmania) e, accompagnato quasi sempre da un suonatore di ribeca (strumento musicale ad arco), impartì i suoi insegnamenti cantando poesie religiose, composte da lui stesso (che successivamente vennero inserite nel canone sikhista)e invitando i suoi fedeli alla riscoperta dei valori essenziali della fede e all’interiorizzazione del culto attraverso la preghiera.Questi lunghi viaggi gli procurarono numerosi discepoli.

Lo si dipinge come un uomo calmo, dotato di senso dell’umorismo e di una semplicità disarmante. Era tale innocenza probabilmente che gli permetteva di usare indistintamente abiti indù e musulmani, e di pregare altrettanto indistintamente nei templi dell’una o dell’altra fede. Gesti che in quei tempi diedero un esempio formidabile.

Nanak gettò il seme del sikhismo: predicando l’esistenza di un unico Dio, le diede il carattere di religione monoteista; amando e sostenendo con carità ugualmente tutte le persone, di qualsiasi razza e religione fossero, diede al sikhismo quel carattere di apertura e condivisione che induismo e islamismo non si dimostravano in grado di offrire; con la vita attiva di Nanak questa religione ebbe l’esempio del suo fondatore a dimostrazione del fatto che non si trova Dio nell’ascetismo, nella solitudine e nella distanza dalle distrazioni, né nella forsennata ripetizione di insignificanti riti senza sostanza, ma lo si trova impegnandosi in una famiglia e nella vita sociale tutta, lavorando onestamente e dividendo i propri guadagni con gli altri.

Si dice che Nanak fu la base, lo stesso spirito che mosse i successivi 9 Guru.

Il suo ritorno nel Punjab avvenne intorno al 1520. Fondò un villaggio a cui diede nome di Kartarpur (= città del Creatore) dove trascorse gli ultimi anni della sua vita, allontanandosi solo per brevi soggiorni a Multan, a Pak Pattan, dove amava incontrare i sufi e a Acal Batala, dove si sarebbe incontrato con i siddha (=perfetti) e i natha (=signori), seguaci delle diverse scuole di yoga tantrico.

A Kartarpur Guru Nanak visse circondato dalla sua famiglia e dai suoi discepoli e morì il 7 settembre del 1539. La maestosa opera compiuta nel corso della vita di Guru Nanak è sintetizzata in due versi che dicono “Grande fu l’asceta Guru Nanak, guru degli indù e pir (anziano, guida, maestro, fra i sufi) dei musulmani”.

Prima di morire Guru Nanak affidò la comunità da lui fondata a un suo discepolo, conferendogli il nome di Guru Angad . Questi continuò l’opera del suo Maestro, garantendo nel contempo la continuità del Sikh-panth.

2) Guru Angad (1504-1552)

Guru Angad

Guru Angad nacque nel 1504. Lehna – così si chiamava Guru Angad prima che Guru Nanak lo benedisse con tale nome – era devoto ad una divinità indù, Durga, ma nonostante ciò il suo senso di separazione interiore non cessava di esistere. Una mattina, mentre pregava, udì cantare un inno bellissimo, che lo toccò e lo commosse. Quando incontrò il ragazzo che lo cantava, seppe che quello era il Mul Mantra (credo fondamentale dei Sikh) e venne a conoscenza di tutto ciò che riguardava il suo autore, Guru Nanak. Lehna decise così di incontrare questo Guru e quando lo fece si persuase a seguirlo e a servirlo per il resto dei suoi giorni. Dopo aver messo ripetutamente a dura prova la fedeltà e la devozione di Lehna, Nanak gli diede il nome Angad – che vuol dire “una parte del mio corpo” – e prima di morire lo nominò suo successore nella carica di guru.

Guru Angad guidò la comunità Sikh dal 1539 (anno della morte di Guru Nanak) fino alla propria morte nel 1552, garantendo la continuità della comunità del sikh-panth, nella più completa osservanza degli insegnamenti del primo Guru. Durante la sua vita si dedicò agli ammalati e insegnò a scrivere la lingua panjabi con caratteri nuovi detti gurmukhi , da lui considerati più adatti per trascrivere gli inni di Guru Nanak. Grazie a questa misura, l’identità dei Sikh fu molto rafforzata: gli inni sacri avevano finalmente un mezzo che li veicolasse e che fosse facilmente accessibile a tutti e i sacerdoti divenivano sempre meno indispensabili come intermediari, la loro autorità ne usciva dunque minata. Fece redigere molte copie degli inni, destinandole alle comunità di seguaci e compiendo così il primo passo verso la costituzione di una “raccolta” di scritti sacri dei Sikh.

3) Guru Amar Das (1479-1574)

Guru Amar Das

Alla morte di Guru Angad, divenne terzo Guru, Guru Amar Das, nato nel 1479. Egli si stabilì a Goindval che divenne sede importante del Sikh-panth e la sede del Guru. Qui egli santificò un pozzo e dichiarò il primo giorno del mese di Baisakh grande festività per i Sikh, che dovevano riunirsi tutti nella cittadina per recarsi in pellegrinaggio insieme

Istituì delle cerimonie semplici per la nascita, il matrimonio e i riti funebri dei suoi discepoli. Sotto di lui la comunità (SANGAT) crebbe notevolmente. Si adoperò molto per l’emancipazione femminile, per l’abolizione delle discriminazioni di casta e di razza.

Durante questo periodo il Sikh-panth si distinse in modo più netto dalle comunità indù e musulmane. Infatti il secondo Guru, Angad e il terzo Amar Das, perfezionarono il processo di separazione della comunità Sikh sia dall’Induismo che dalle confraternite Sufi. Durante questo periodo infatti il SIKH-PANTH si distinse in modo più netto dalle comunità indù e musulmane.

Guru Amar Das viene ricordato per la sua pazienza, per la sua gratitudine nei confronti della vita e per diversi miracoli che gli sono attribuiti. Grazie a lui l’emergente comunità sikh ebbe un’identità più definita e gli insegnamenti di Guru Nanak continuarono ad essere trasmessi.

Alla sua morte la successione alla carica di guru avvenne per la prima volta, a titolo ereditario, nell’ambito della sua famiglia. Egli aveva scelto infatti come suo successore il proprio genero che divenne così il quarto Guru.

4) Guru Ram Das (1534-1581)

Guru Ram Das

Nato nel 1534, si stabilì a Ramdaspur, che successivamente prese il nome di Amritsar. Egli fece scavare il lago artificiale AMRISTAR (= Lago dell’Immortalità), al cui centro fu innalzato il TEMPIO D’ORO (HARIMANDIR = il Tempio di Dio): il luogo in cui fu scavato il lago sembra che fosse stato notato già 2.000 anni prima dal Buddha per l'”aura” speciale della zona  (centro ideale della nuova città Santa dei Sikh).

Intorno al Tempio fece costruire la città con centri di commercio, dando inizio al 1° centro della civiltà Sikh.

Il Tempio d’Oro divenne il centro religioso, politico e culturale dei Sikh.

Oggi nel Tempio d’Oro viene letto e spiegato l’ADI GRANTH, il LIBRO SACRO, che raccoglie detti e insegnamenti dei Guru e che dopo la morte del decimo di loro Guru Gobind Singh è divenuto l’unico vero intermediario tra l’uomo e Dio, il Guru perenne e definitivo.

Guru Ram Das pose inoltre le basi per una allenza con il potere politico moghul, che subì peraltro alterne traversie. Guru Ram Das scelse come suo successore il più giovane dei suoi figli.

5) Guru Arjan (1563-1606)

Guru Arjan

Nacque nel 1563. Si stabilì ad Amristar dove fece completare la costruzione dello Harimandir. Poeta religioso di grande rilievo,raccolse gli scritti dei Guru precedenti, di altri santi indù e sufi musulmani e di propri canti nell’ADI GRANTHil Libro Sacro dei Sikh. Fondò Tarn Taran e Kartarpur e radunò molti proseliti.

Con lui la comunità Sikh assunse le caratteristiche di una chiesa ben organizzata. La sua opera maggiore fu la compilazione del Guru Granth Sahib che fu installato nello Harimandir il 16 agosto 1604.

La crescita della comunità Sikh destò preoccupazione dei governanti dell’Impero Mughal. Tuttavia finchè regnò il lungimirante Akbar, i rapporti con il Guru dei Sikh (che iniziava ad assumere le caratteristiche di un Capo non solo religioso ma anche politico) furono ottimi. Quando però alla morte di Akbar, divenne imperatore, nel 1605, Jahangir, la situazione precipitò. Allarmato dalla crescente influenza dei Sikh, diede credito ad una campagna denigratoria, a seguito della quale Guru Arjan, per motivi del tutto personali, venne accusato presso l’Imperatore e fu torturato a morte il 30 maggio 1606.

Con la morte di Guru Arjan i Sikh ebbero così il loro primo martire. Il sacrificio di Guru Arjan avviò i Sikh sulla strada della dedizione incondizionata al perseguimento delle giuste cause. Integrità e incorruttibilità divennero valori fondamentali per i Sikh, dopo che Guru Arjan li aveva onorati con la sua stessa vita. Ciò fece sì che i Sikh iniziassero a percepirsi come una comunità ormai definitivamente distinta sia da quella indù sia da quella musulmana.

6) Guru Har Gobind (1595-1644)

Guru Har Gobind

Figlio di Guru Arjan, nacque nel 1595. Guru Har Gobind si trovò a governare in una fase difficile: il martirio di Guru Arjan aveva profondamente scosso la comunità sikh che però, nonostante questo, non smetteva di allargarsi; la sua tenera età inoltre – all’inizio del suo regno Har Govind aveva solo undici anni – era segnata da un compito assai delicato e impegnativo, soprattutto per un bambino. Al di là di queste difficoltà, Har Gobind riuscì senza dubbio a ricoprire il suo ruolo con autorevolezza e capacità, dando ai fedeli un’immagine di guru totalmente nuova rispetto al passato. Più incline all’azione che alla vita contemplativa, con lui si assiste a una trasformazione della comunità Sikh in Guerrieri, ad una svolta in senso militare. Har Gobind fu il primo ad assumere con la sua carica di guru non solo il potere spirituale ma anche quello temporale. Il Guru istituzionalizzò questa nuova situazione, con cui era necessario che i Sikh si confrontassero, facendosi incoronare come sesto Nanak con due spade: una, piri, simbolo del potere spirituale, e l’altra, miri, simbolo di quello temporale (Secondo una lettura simile, una spada rappresenta la Shakti – il potere, la forza – e una la Bhakti – la meditazione, la devozione).

E’ una figura importante nel processo di trasformazione del sikhismo, da movimento che aveva avuto accenti pacifisti, in religione che disponeva di un vero e proprio esercito e i cui membri divennero leggendari per il loro valore militare.

Visse come un sovrano e affrontò con coraggio e successo i potenti sovrani Mughal Jahangir e Sah Jahan.

Fu fatto prigioniero e poi rilasciato ottenendo contemporaneamente alla sua liberazione anche quella di 52 Rajas indù. Per questa ragione fu soprannominato BRANDICHOR (= il Liberatore). Combattè 4 guerre per la difesa del Dharma e per la libertà religiosa e politica del popolo del Punjab, contro l’oppressione e gli abusi del governo locale dei Mughal. Tutte le guerre ebbero fine con delle vittorie clamorose, a dispetto della superiorità numerica dei suoi nemici.

Si stabilì a KIRATPUR difesa da una guardia armata che presto si trasformò in un vero e proprio esercito. Nominò suo successore il nipote Har Gobind.

7) Guru Har Rai (1630-1661)

Guru Har Rai

Har Gobind nacque nel 1630 e divenne il settimo Guru con il nome di Guru Har Rai.

In questo periodo Sovrano dei Mughal fu AURANGZEB (sotto il cui regno vissero i rimanenti Guru dei Sikh) che perseguitò tutte le comunità non musulmane. Guru Har Rai costituì una armata di 2200 uomini per la difesa del DHARMA SIKH. A Guru Har Rai successe il figlio minore.

8) Guru Har Krishan (1656-1664)

Guru Har Krishan

Nacque nel 1656 e morì a soli otto anni. Insegnò ai Sikh a non compromettersi con gli oppressori. Nonostante la sua giovane età, fu, secondo la tradizione Sikh, prodigioso per erudizione e saggezza.

9) Guru Teg Bahadur (1621-1675)

Guru Teg Bahadur

A Guru Har Krisan successe Guru Teg Bahadur, figlio del sesto Guru Har Gobind. Nacque nel 1621. Incline alla pietà religiosa e alla vita mistica, compì molti viaggi di predicazione. Creò diversi centri Sikh di cui il principale fu ANANDPUR SAHIB.

Rientrato in Punjab fu arrestato dal sovrano dei Mughal, Aurangzeb e poichè rifiutò di convertirsi all’Islam fu condannato a morte e decapitato, divenendo così il secondo grande martire dei Sikh. Sacrificando la sua vita come martire per la difesa della libertà religiosa degli indù, Guru Teg Bahadur venne soprannominato il “Messia degli indù”. Il suo sacrificio fu l’esempio di una grande personalità, e anima, che incarnava la pace, la tolleranza e il rispetto, l’aiuto ai bisognosi; i Sikh ricevettero un grande insegnamento da lui. Allo stesso tempo, Guru Teg Bahadur, si guadagnò gratitudine e ammirazione immense da parte di tutti coloro che erano stati da lui protetti e salvati dall’oppressione.

10) Guru Gobind Singh (1666-1708)

Guru Gobind Singh

Figlio di Guru Teg Bahadur, nacque nel 1666 e divenne il 10° Guru nel 1675 a soli 9 anni. Cresciuto sui monti Sivalik, centro del culto della bellicosa Dea Durga, Guru Gobind, di carattere molto diverso dal padre, guidò la comunità Sikh verso un ritorno alla purezza delle origini.

Si stabilì ad ANANDPUR dove visse come Capo Spirituale e Sovrano, presentandosi non solo ai Sikh, ma anche agli indù come l’atteso condottiero che avrebbe liberato le popolazioni del Punjab dagli oppressori.

Decretò l’uguaglianza tra tutti i suoi seguaci e nella lotta contro il potere Mughal perse tutti e quattro i suoi figli, morendo ucciso anche lui.

Con lui terminò la serie dei 10 Guru del SIKH PANTH. Egli infatti non nominò un erede, ma designò a succedergli il “GURU GRANTH SAHIB ” (il Libro Sacro), che divenne l’incarnazione tra i Sikh dello spirito divino che aveva animato Guru Nanak e gli altri Maestri. Guru Gobind Singh infatti dichiarò che l’insegnamento del Guru Supremo, che si era attuato attraverso i 10 Guru, era sufficiente e completo. La vita dei dieci Guru era un esempio da seguire e non c’era più bisogno di altre spiegazioni.Così il GURU GRANTH SAHIB (guida spirituale – PIRI) e il KHALSA (MIRI – religione vissuta ogni giorno – aspetto temporale), divennero i punti di riferimento del SIKHISMO.

Per questo motivo al giorno d’oggi i Sikh hanno l’abitudine di rivolgersi al Libro Sacro per ricavarne, aprendo una pagina a caso, un “dettato regale” (HUKAM) di comportamento da seguire nella giornata.

La conoscenza delle tecniche del GATKA e la sua diffusione tra i Sikh risale a Guru Gobind Singh.

C’è però chi fa risalire la diffusione di questa arte marziale tra i Sikh ad un’epoca anteriore, ai tempi del 6° Guru, Guru Har Gobind (1595-1644), quando la popolazione Sikh minacciata di genocidio dall’Impero Mughal, assunse un carattere “guerriero”, costretta, per difendere la propria sopravvivenza a combattere utilizzando inizialmente le antiche tecniche del KALARI PAYAT, trasformandole via via in un nuovo e originale sistema d’armi “Il GATKA” (=La GRAZIA).

Guru Gobind Singh fu poeta, filosofo, mistico e guerriero e grande riformatore sociale. Egli riorganizzò la comunità Sikh per combinare la spiritualità con le qualità marziali. Egli fu la perfetta e nobile incarnazione della “AKAL PURAKH”, l’azione umana finalizzata al Divino, fermo nel credere che il Creatore e il Creato hanno una identica essenza.

“Tu alzerai la spada se sarai nel giusto”, disse il 10° Guru.

La grande riforma attuata da Guru Gobind Singh, fu l’istituzione il 30 marzo del 1699 del KHALSA(=COMUNITA’ DEI PURI) che trasformò il Sikh-Panth in una potente democrazia religiosa di SANTI-SOLDATI.

All’inizio del 1699 invitò i Sikh in pellegrinaggio ad Amritsar per festeggiare la festività annuale . Il Guru chiese espressamente loro di non tagliarsi né barba né capelli per quell’occasione. Durante il grande raduno di Baisakh, Guru Gobind si presentò alla folla con la spada sguainata e chiese ai presenti il sacrificio della propria testa come dimostrazione di devozione e fede. Il silenzio immediatamente primeggiò sulla scena. Guru Gobind ripeté tre volte la domanda prima che qualcuno gli rispondesse: un Sikh aveva deciso di immolarsi per il suo guru. Questi condusse il devoto dietro una tenda, da cui poco dopo uscì con l’arma insanguinata. La stessa sequenza di fatti si verificò per ben altre quattro volte: il Guru chiedeva il sacrificio della vita ai suoi fedeli sikh, e ogni volta uno di loro realizzava la volontà del sovrano. Andavano insieme dietro la tenda e poi il Guru usciva, in mezzo al sangue che scorreva sempre più abbondante. Alla fine di questa carneficina, dopo cinque morti di innocenti, il Guru uscì da dietro la tenda con i cinque coraggiosi e devoti che si erano offerti di immolarsi per lui. Il Guru non aveva sacrificato cinque innocenti Sikh, ma cinque innocenti capre.

I cinque vennero nominati i Panc Pyare – i cinque beneamati – del Guru: questi in una coppa di ferro ricolma d’acqua, immerse un Kanga (corta spada a doppio taglio) e iniziò a mescolarla. Sopraggiunta la moglie aggiunse dei cristalli di zucchero affermando che uomini così buoni, meritassero “dolcezza”. Quindi con questo nettare divino-amrita benedisse i Panc Pyare e chiese loro di benedire anche lui allo stesso modo.

Così Guru Gobind diede origine ai khalsa, i puri che avevano la responsabilità e l’onore di prendere le decisioni riguardanti la comunità sikh, e che in virtù di questo ruolo, dovevano rinunciare a qualsiasi priorità che non fosse l’impegno per il miglioramento sociale e il rafforzamento militare.

I cinque beneamati furono il nucleo da cui si originò il khalsa, la comunità di santi-soldati pronta a battersi fino alla morte per far sì che il dharma vinca sull’adharma.

Guru Gobind sottolineò come tutti gli appartenenti al khalsa fossero dei santi al servizio della divinità, ma santi pronti, in caso di necessità, ad impugnare la spada e a divenire soldati che difendono il dharma, anche a rischio della propria vita: sant-sipahi, santi-soldati.

Questo era il sacrificio richiesto o, a seconda del punto di vista, la possibilità che i fedeli avevano di offrire la propria vita intera al Guru – non a quello storico, ma al SAT GURU, al Vero Guru.

E questa era anche la via attraverso cui Guru Gobind diede una base democratica al sikhismo, evitando che tutti i poteri si concentrassero nelle mani di una sola persona e demandandoli a chiunque volesse entrare a far parte dei khalsa e rispettarne le regole.

All’entrata nel khalsa si rinunciava alle proprie precedenti occupazioni per quella di soldato, alla propria famiglia per abbracciare quella del Guru, a tutti i riti salvo quelli previsti dal Guru, alla propria fede per quella nel Sat Guru. Tutti gli uomini, entrando nel khalsa, aggiungevano inoltre al proprio nome l’attributo Singh (Leone) e tutte le donne Kaur (Principessa, Leonessa), nomi dei nobili Rajput in forte contrasto con gli umili nomi castali che portava allora la maggior parte dei fedeli.

In assenza del Guru le decisioni dei Panc Pyare dovevano essere considerate equivalenti al volere del maestro.

Chi faceva parte del khalsa era poi tenuto a portare cinque simboli (le cosiddette cinque “K”), volti a sottolineare le particolari sfumature dell’essere santi-soldati. Simbolo importante erano i capelli e la barba lunghi – kes. L’uso di non tagliare barba e capelli era in voga da tempo immemorabile presso gli asceti indiani, come emblema di rinuncia alle illusioni mondane, e pare assai probabile che i Guru sikh da Nanak in poi abbiano preso questo come un esempio di santità. La decisione di rendere questa usanza obbligatoria per tutti i khalsa, dunque, non sorprese in modo particolare i Sikh.

Anche tutti gli altri simboli sono relativi all’occupazione di santo-soldato: il kangha – pettine di legno – per mantenere puliti e ordinati i lunghi capelli raccolti sotto il turbante e per ricordare la necessità di essere puri, nella vita come in battaglia.

Il kach era un comodo e semplice pantalone, già usato dai guerrieri del tempo.

L’uso di portare una spada – kirpan – è ovviamente connesso con l’essere un sant-sipahi e non sembra necessitare di particolari spiegazioni.

Il kara invece, il braccialetto di ferro, apparentemente non legato all’arte della guerra, aveva la sua utilità pratica nel difendere il braccio dai colpi. Il ferro sembra anche ispirato dalla semplicità che doveva contraddistinguere la vita di ogni Sikh, in contrasto con l’uso contemporaneo di adornarsi con splendenti e costosi gioielli in metalli preziosi. Altro forte simbolo dell’ormai fiorita identità sikh, fu l’istituzione, da parte di Guru Gobind Singh, di un nuovo saluto:

WAHE GURU JI KA KHALSA, WAHE GURU JI KI FATEH
Gloria al khalsa del Guru, Gloria alla vittoria del Guru

Con tutti questi cambiamenti assai strategici e rivoluzionari, il decimo Guru rese compatta e democratica la comunità sikh, demandando a molti uomini il diritto di partecipare alle scelte politiche e offrendo l’onore di un cognome non solo uguale per tutti, ma anche molto lusinghiero: “leone” per gli uomini e “principessa” per le donne – cognomi che facevano sentire le persone uguali tra loro e onorate di far parte di quella comunità. Si preoccupò anche di dare delle indicazioni ai fedeli a proposito del loro ruolo sociale: indicò quindi quali erano le professioni degne e quali quelle umilianti, da evitare.

Il KHALSA era costituito da veri e propri guerrieri pronti a dare la propria vita per difendere la loro fede, sè stessi e le proprie famiglie dagli attacchi dei musulmani. Il Khalsa rivelò che non esistevano intermediari tra Dio e la comunità Sikh.

Il binomio SANTO-SOLDATO caratterizzava in modo appropriato il guerriero appartenente alla comunità KHALSA.

Guru Gobind Singh promosse lo studio delle arti marziali tra i Sikh e spronò nell’allenamento del Gatka tutti i Sikh: uomini, donne e bambini. La disciplina del Gatka venne insegnata come un vero e proprio esercizio spirituale.

Grazie alla sua pratica i Sikh fecero fronte a tre necessità (che sono tuttora i punti di forza di questa arte marziale):

  1. apprendere in modo rapido tecniche di combattimento efficaci (il Gatka veniva insegnato in soli 10 giorni);
  2. utilizzare tutte le armi e tutto come un’arma (dal momento che i Sikh all’epoca non potevano permettersi di acquistarne di preziose e sofisticate);
  3. fronteggiare più avversari contemporaneamente (considerata la loro scarsità numerica).

Guru Gobind Singh si spense il 7 ottobre 1708, e con lui si chiuse il cerchio dei Maestri che fecero da precursori nella storia del sikhismo.

Siri Guru Granth Sahib - 11° Guru

* * *

Forse potrebbero interessarti anche...