Liberazione – “I Sikh dall’India al mondo” 9/5/2010 – Cristina Petrucci

9.5.2010 Liberazione

Alla fine del Settecento i Sikh dominavano il Punjab e si difendevano grazie all’arte combattiva della Gatka, oggi praticata anche nel nostro paese. Gatka significa letteralmente “bastone”, ma dal punto di vista esoterico vuol dire “grazia, estasi.

Se vuoi un lavoro ben fatto chiedilo ad un Sikh, se vuoi un lavoro perfetto chiedilo ad un khalsa, se vuoi un lavoro impossibile chiedilo ad un gatker.

Se si pensa all’India e alla sua storia, in Occidente si guarda subito alle sue divisioni in caste e alla formidabile ribellione di Gandhi. A tutt’oggi il grande paese asiatico ci appare come un continente stretto tra l’esplosione dei film Bollywoodiani, i call center per gli anglofoni e il respiro dello yoga. Contrasti che rendono questa terra affascinante e da sempre meta di tantissimi occidentali. Una popolazione che ha saputo sconfiggere gli inglesi con la non violenza ma che ha nel passato resistito all’invasione dei discendenti di Genghis Skan con i guerrieri Sikh. Ma chi sono questi uomini e donne con il turbante e il coltello sempre nella cintura che potrebbero ricordare un po’ Sandokhan, famosi per aver ucciso Indira Gandhi, ma di cui anche l’attuale Capo di Governo Manmohan Singh fa parte?

I Sikh devono tutto a Guru Nanak Dev Ji, un semplice contabile che nel 1498, mentre fa il bagno in un fiume, ha un’esperienza mistica. Gli amici lo pensano annegato, ma il quarto giorno riappare affermando che Dio gli è apparso e lo ha incaricato di insegnare che «davanti a Dio non c’è indù, non c’è musulmano » ma soltanto carità, servizio e preghiera. Nanak inizia quindi a risvegliare coscienze affinché smettano «di credere alle statue per cominciare ad avere fiducia in loro stessi». Ma fu Guru Gobind Singh Ji che nel 1699 radunò un’enorme massa di persone, uomini e donne, diede loro uguali diritti e gli consegnò le armi per combattere: Sri Sahib (pugnale sacro), Kachera (pantaloncini corti fino alle ginocchia), Kesh (capelli, barba, peli), Kangha (pettine sempre a portata di mano), Kara (braccialetto in ferro).

Fece anche di più diffondendo il turbante che fino ad allora era riservato ai principi: «Siete tutti principi mettetevi il turbante e combattete». Nasce così il Sikhismo e i Khalsa, o “Esercito dei puri”, stretto tra la resistenza alle invasioni dei musulmani e la dura repressione dei regnanti indiani che non vedevano di buon occhio così tanta autorganizzazione dei contadini.

Nel 1770, l’egemonia Sikh si estendeva per 5 fiumi, in quello che viene chiamato “il regno del Punjab”, oggi diviso tra India e Pakistan. Non un esercito di mercenari, ma una popolazione che usava l’arte combattiva della Gatka per difendere la libertà religiosa per tutte le fedi.

Gatka infatti, se dal punto di vista prettamente linguistico vuol dire “mazza, bastone” – l’arma che usavano spesso i Sikh nelle battaglie – dal punto di vista esoterico vuol dire “grazia, estasi”.

È il 1969 quando Yogi Banjan decide di portare gli insegnamenti dei Sikh, nonché le discipline dello yoga, della gatka e del bhangra (danza di gioia che si faceva dopo un combattimento o il lavoro) in Occidente e specialmente in Canada.

Da allora in tutto il mondo a fianco dei Sikh indiani emigrati, esistono quelli considerati“bianchi”: è infatti questa una delle poche religioni che ha al suo interno così tanti appartenenti a nazionalità diverse, tanto che al contrario di altre religioni che fuori dalla propria terra diventano rigide ed identitarie, i Sikh in questo hanno sempre avuto uno scambio continuo con gli occidentali.

«È così che le differenze culturali vengono superate da un’intesa spirituale», racconta Guru Shabad S. K. De Santis, fondatore nel 1991 della Federazione Italiane di Gatka. Il Sikhismo è oggi la quinta religione mondiale, con oltre 23 milioni di fedeli. In India sono 19 milioni, l’Italia ospita la seconda più grande comunità Sikh in Europa, dopo il Regno Unito con 70.000 mila fedeli, in particolare nell’agropontino e nella pianura padana.

«Ormai la Gatka è stata riconosciuta come arte marziale anche nel nostro paese e quindi inserita nell’Unione Italiana Sport Popolari e all’interno dell’Area Discipline Orientali che è il terzo settore della Uisp. Questo ha portato la Gatka ad essere riprodotta e a continuare a crescere. Non si insegna una tecnica, non ha gerarchie e si pratica con la spada, il coltello (simbolo fondamentale per i Sikh) e con il Marati». Guru Shabad è nato a Roma e parla “romanaccio”, e al contrario di quello che si potrebbe pensare è lui che ha portato la Gatka in Italia: «Quello che sta accadendo è proprio il crescere di una commistione tra la cultura originaria propria dei Sikh indiani e quella dei Sikh occidentali, tanto che io mi trovo a dover andare in diverse parti del mondo, per esempio in Inghilterra, ad insegnare Gatka agli indiani, è come se un norvegese venisse in Italia a dirci come si fa la pasta!».

Nata dalle antiche tecniche del Kalari Payat, la Gatka veniva usata come sistema educativo dei giovani per l’equilibrio che crea tra l’essere “santo e soldato”. L’attitudine meditativa in combattimento deriva dal moto rotatorio usato dai mistici Sufi, la respirazione e il centro nell’ombelico dallo yoga. Ma l’originalità della disciplina è stata nel passare dal moto circolare e unidirezionale a quello infinito basato sulla forma dell’otto ripiegato. Questo movimento permette, di fatto, di cambiare in movimento, senza mai interrompere il moto della spada, i piani di attacco e difesa. Per questo i gatker possono combattere per ore e con molti avversari contemporaneamente: utilizzando la gestione dello spazio e delle distanze il gatker espande i propri confini.

«È un’epoca in cui merci persone e informazioni non possono essere bloccati e la Gatka ha un grosso potere di integrazione sociale perché con il Sikh che può avere i suoi problemi da immigrato, ci posso parlare io in quanto Sikh» – sottolinea Guru Shabad – «Tutto ciò sfugge ad un ordine stabilito. Da una parte c’è la paura e quindi la voglia di tornare indietro e chiudere tutto ma la sfida invece è quello di aprire».

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