“Kundalini – quaderni trimestrali di Kundalini yoga” n. 8 – dicembre 1987

 Jai Tegang
(Gloria alla Spada) di Guru Gobind Singh

O Spada, che tagli e colpisci
che abbatti gli eserciti dei malvagi
bellissima in battaglia
tu dai la forza.

Arma inarrestabile
terribilmente veloce
la tua luce è più splendente
di tutta la gloria del sole.

Tu doni la pace ai santi
distruttrice d’ignoranza
rimuovi i peccati
tu mia speranza e protezione.

Gloria, Gloria al Creatore del mondo
liberatore di tutta la creazione
mio protettore
Gloria alla Spada.

Khag Khand bihandang
khal dal khandang
at(i) ran mandang
barabandang.

Bhujadand akhandang
tei prachandang
jot(i) amandang
bhan prabhang.

Sukh santa karanang
duramat(i) daranang
kilabikh haranang
as saranang.

Jai jai jag karan
srisat ubaran
mam pratiparang
jai tegang.

Jaijaijag karan
srisat ubaran
mam pratiparang
jai tegang.

Intervista a Guru Shabad Singh Khalsa

Kundalini: Che cos’è la Gatka?

Guru Shabad Singh: La Gatka è un’arte marziale che studia l’impiego di più armi. L’arma che la rappresenta è la spada, ma è peculiare della Gatka lo studio di altre armi quali il bastone, le armi flessibili e il coltello che possono essere usate singolarmente o in coppia.

La Gatka ha origine nel nord dell’India, nel Panjab per l’esattezza,dove veniva praticata, quale metodo di combattimento reale e come attività formativa in senso lato, dai membri della comunità Sikh.

Kundalini: Molte Arti Marziali giapponesi vengono praticate in Occidente sia a mani nude (Judo, Karate, Akido, etc.), che con la spada (Kendo) o altre armi (KoBudo complesso delle antiche Arti Marziali). Non si rischia di riproporre magari in termini diversi un doppione di altre Arti Marziali già affermate?

Guru Shabad Singh: L’originalità di questo sistema d’armi, la Gatka appunto, la colloca in una dimensione culturale e tecnica non sovrapponibile ad altre Arti Marziali. Storicamente parlando, per esempio, possiamo collocare la Gatka a monte di tutte le Arti Marziali citate in quanto è ormai ampiamente documentato che lo studio sistematico delle Arti Marziali fu introdotto in Cina da Bodhidharma, il monaco indiano che introdusse il Buddhismo in quel paese. Successivamente gli influssi della cultura cinese sul vicino Giappone fecondarono una serie di esperienze già in atto sulla isola dalle quali scaturirono poi tutte maggiori Arti Marziali così come noi oggi le conosciamo. Ecco come mai elementi basilari del Taichi e del Kung-fu sono presenti nella Gatka nonostante il “viaggio” delle Arti Marziali abbia seguito un percorso a senso univoco India-Cina-Giappone.

Tecnicamente parlando, poi, le differenze tra l’uso della spada nel Kendo e nella Gatka sono enormi. Il Kendo risente dell’influenza dello zen della ricerca del “Vuoto” attraverso una tecnica scarna, essenziale. La spada è impugnata solitamente a due mani, le direttrici d’attacco sono estremamente lineari e la ricerca della vittoria è enfatizzata a tal punto che la fase d’attacco ha decisamente il sopravvento sulla difesa. Un Kiai forte e deciso accompagna gli assalti che possiamo ricondurre a soli quattro obiettivi: testa, addome, polso, gola.

Nella Gatka, che risente di una visione tantrica della “via spirituale”, le spade impugnate possono essere addirittura due, che, roteando continuamente, sviluppano un campo di rispetto intorno al praticante. Le direttrici d’attacco sono circolari e tutto il corpo è bersaglio della spada.

Un esempio renderà l’idea di visuali opposte nella via della spada. Se in un combattimento tra due Samurai cadeva la spada ad uno di essi per l’altro era naturale finirlo senza rimorso alcuno. Nel combattimento di Gatka il perdere la spada non compromette l’esito poiché è costume permettere di raccoglierla. Così come era naturale per un Sikh, dopo aver tolto l’arma al ferito, permettergli di ritirarsi.

Kundalini: Sembrerebbero come cane e gatto e saremmo tentati di schierarci con l’una o l’altra di queste Arti Marziali.

Guru Shabad Singh: Ciò non sarebbe giusto in quanto tutte le Arti Marziali se praticate con sincerità ed abnegazione portano alla trasformazione dell’essere da finito a infinito. La diversità è solo apparente ma spiritualmente sono tutte accomunate dall’unicità dell’intento.

Kundalini: Mi è sembrato di capire che il contesto storico-sociale e culturale ha molto influenzato la definizione di un sistema d’armi e che quindi anche la pratica di una specifica Arte Marziale influenzerà a sua volta il praticante.

Guru Shabad Singh: Indubbiamente sì. In Giappone ad esempio la spada lunga (Tachi) è simbolo indiscusso del Samurai (casta guerriera dell’epoca feudale). Il KoBudo (complesso delle antiche armi orientali) fu quindi di fatto, e lo è tutt’ora, relegato in secondo piano e questo spiega il perché della sua relativa poca fortuna nel mondo delle Arti Marziali. Il KoBudo si adattò invece perfettamente alle condizioni di vita degli abitanti di Okinawa, nella maggioranza agricoltori e pescatori, i quali non potevano certo permettersi (anche se non fosse stato loro interdetto per legge l’uso delle armi) costose armature e taglienti katane (spada corta) come invece potevano fare i cavalieri giapponesi.

Nella Gatka abbiamo una prospettiva globale del complesso delle armi e questo perché si ebbe la necessità, in un determinato periodo della storia dei Sikh, di trasformare i membri della comunità, da agricoltori inclini per scelta a pratiche spirituali, in uomini che fossero capaci di salvaguardare con le proprie forze se stessi, la famiglia, la comunità.

Tutte le armi erano buone, dal più intimo coltello, il Kirpan (divenuto poi uno dei 5 simboli dell’Ordine dei Khalsa), al Mala (Rosario composto da 108 grani di acciaio) passando naturalmente per la spada. Possiamo dire che il modo equanime di considerare tutte le armi fosse lo specchio di una visione di società democratica senza caste fondata su principi spirituali.

La pratica quindi di una o dell’altra Arte Marziale influenza a livello sottile certi aspetti della nostra personalità che fanno da cassa di risonanza agli stimoli delle tecniche praticate. Nella Gatka molto attenta sia all’attacco che alla difesa, verranno esaltati, come è suo dichiarato intento, una attitudine mentale neutra e una visuale sferica dell’intorno e una sensibilità al fluire dell’energia in termini di tempo, ritmo e spazio.

Kundalini: Questi aspetti più sottili sembrerebbero mettere in condizione il praticante di trasporre l’esperienza di lavoro in palestra nella vita quotidiana. In quanto tempo per una persona di medie capacità è possibile arrivare a questo?

Guru Shabad Singh: Non è solo possibile trasporre l’atteggiamento del guerriero nella vita di tutti i giorni ma è auspicabile un continuo riscontro tra la pratica di palestra e situazioni simili che si propongono nel quotidiano. È solo a questo livello che la pratica comincia a pagare.

Per la Gatka questo è più facilmente realizzabile,che per altre pratiche marziali. La facilità dei movimenti accompagnati da una indubbia efficacia mette rapidamente il praticante in uno stato di maggior sicurezza e quindi di minor aggressività verso l’intorno perché consapevole della propria quasi invulnerabilità.

Ad esempio abituarsi a combattere simultaneamente su 8 direzioni significa nel quotidiano acquisire l’attitudine a far fronte a una molteplicità di sollecitazioni esterne rimanendo allo stesso tempo sempre centrati nell’intimo, senza entrare in stati depressivi o ipercinetici.

Il tempo necessario ad acquisire questa capacità è variabile da persona a persona ma guadagni dal punto di vista psico-fisico sono avvertibili sin dal primo giorno. Ma è anche vero che in campo spirituale il tempo non esiste; dobbiamo necessariamente passare attraverso un processo di emancipazione che può rivelarsi più o meno lungo a seconda della nostra struttura interiore e di quanta energia profondiamo in lavoro.

Kundalini: In questo processo di emancipazione ci troveremmo però, in ultima analisi, a lavorare su noi stessi per divenire capaci di dare la morte. Può essere questo conciliabile con la pratica di una disciplina spirituale rivolta alla pace e al rispetto della vita in ogni aspetto?

Guru Shabad Singh: Nel 18° pauri del Japji Sahib dice Nanak: “… Innumerevoli gli sciocchi che vagano nell’oscurità dell’ignoranza, i trasgressori, i ladri, i sovrani che abusano del loro potere, i tagliagole, gli assassini, i peccatori, i bugiardi, i miserabili, i calunniatori… Nanak stesso è parte di questa miseria…”.

Uno Yogi, così come un guerriero, non ricerca la violenza, ma è consapevole della propria e di quella che lo circonda. Un sincero ricercatore opera così una discesa nelle proprie oscure e terribili profondità, riconoscendo la propria pazzia. Sia il Santo che il Guerriero sono consci del caos intorno a loro ma non ne restano coinvolti in quanto, fuori da una prospettiva dualistica, conoscono la pazzia dell’altro perché hanno già vissuto la propria.

Hanno attraversato e sublimato vergogna, paura, schifo, odio, finché, finalmente apertisi a compassione, hanno accolto tra le loro braccia la Bestia Primordiale, riconducendosi all’unità.

Così la figura del Santo Guerriero è quella di un uomo che si trova suo malgrado ad essere strumento di morte ma che non sfugge alle proprie responsabilità né le delega ipocritamente a terzi. E quando riterrà giusto astenersi dall’uso della violenza lo farà con la tranquillità e la consapevolezza di chi sceglie, non per comodo, ma per coscienza.

Questa capacità di agire intuitivamente secondo coscienza si costruisce attraverso un costante e coraggioso lavoro su noi stessi che può essere attuato attraverso la pratica dello Yoga e delle Arti Marziali.

Nel nostro specifico un potente binomio è dato dalla Gatka e dal Kundalini yoga in pratica congiunta. Questa potenza è data dal fatto che essi fanno parte della stessa tradizione, attingono entrambi a un comune linguaggio in senso lato (mantra, schemi corporei, pranayama etc.) amplificando vicendevolmente gli effetti di una pratica rispetto all’altra.

Concludendo faccio mio l’augurio che ebbe a fare Yogi Bhajan al termine di una manifestazione di Gatka nel ’86 a Roma: “…la Gatka è un’ Arte Marziale molto spirituale e per questo ho piacere che venga divulgata e praticata con questo intendimento…”.

Le Armi della Gatka

Nel Gatka le armi sono molto rispettate, questo per due particolari ragioni:

  • la prima, perché esse hanno il potere di togliere la vita;
  • la seconda, perché vengono considerate veri propri insegnanti (dopo Dio e il Guru) in quanto è nell’uso delle armi stesse che esse mostrano il modo migliore di essere impiegate.

Proprio per ricordare queste due ragioni ci si avvicina all’uso delle armi con un atteggiamento meditativo. Le armi vengono collocate ordinatamente sopra un panno azzurro, su cui è ricamata una grande Adi Shakti ed un preciso rituale, allo scopo di rafforzare l’atteggiamento meditativo, precede il loro impugnamento.

Possiamo dividere tutto il complesso delle armi in 3 principali settori:

  1. Bastoni
  2. Armi flessibili
  3. Arme Bianche

C’è poi un ulteriore strumento, che non possiamo definire un’arma, che prende il nome di Marati.

Esso è costituito da un bastone con alle estremità dei contrappesi e la sua funzione è di sviluppare nello studente forza e flessibilità nelle articolazioni, confidenza con l’equilibrio dell’arma, e soprattutto tessere quei movimenti rotatori e continui, sia del Marati che dello studente che lo guida, che renderanno in seguito l’uso delle armi estremamente efficace.

Potremmo definire il lavoro col marati lo “stile interno” della Gatka così come il tai-chi lo è per il Kung-fu o generalizzando così come qualsiasi movimento rallentato in cui il pensiero precede l’azione è lo “stile interno” che una istintiva e reale esecuzione.

Nel gruppo riguardante i bastoni distinguiamo due principali tipi:

  • il tipo corto (circa 1 mt)
  • i lathi (circa 1.60 mt)

– esiste anche un tipo lungo sino a 3 mt usato soprattutto nel combattimento contro o a cavallo.

Il tipo corto può essere usato come succedano della spada negli allenamenti ma si rivela poi nel combattimento reale altrettanto pericoloso, se non di più, poiché il suo aspetto modesto induce ad una prudenza molto inferiore rispetto a quella che può suggerire una minacciosa lama scintillante.

In definitiva il bastone, sia corto che lungo, è arma poco appariscente e considerata, erroneamente, scarsamente pericolosa; in realtà gli effetti di un colpo di bastone sul corpo umano sono devastanti: può produrre contemporaneamente una frattura, una ferita aperta sanguinante, una vasta e profonda tumefazione etc.

Non solo: nel cozzo tra una spada e l’arma in legno, se questa è guidata da una mano che sa come e dove colpire, è spesso la prima ad avere la peggio frantumandosi nell’impatto.

Il bastone corto è solitamente impugnato con una mano e può essere usato anche in coppia aumentando in tal modo la varietà di possibili attacchi disorientando l’avversario.

Il bastone lungo “lathi” è invece impugnato a due mani ma in maniera molto diversa dal bastone giapponese (BO). Da sempre fedele compagno di pastori e monaci erranti simbolizza la spina dorsale conduttrice di tutte le energie vitali. Secondo tale interpretazione risulta evidente che il “lathi” conferisce potenza e immortalità a chi lo porta: da ciò deriverebbe appunto il binomio indissolubile: ricercatore spirituale-bastone. Yogi Bhajan stesso ne consiglia l’uso sotto forma di bastone da passeggio asserendo che questo agevola un pensare retto così come la geometria del bastone.

Secondo grande gruppo di armi sono le armi flessibili. In esse troviamo armi quali catena, frusta, cinghia e altri tipi di armi appositamente studiate per uso militare. Esse possono colpire, arrotolarsi trascinando a terra, strangolare; e sono mosse, eccetto alcuni peculiari movimenti con lo stesso sistema del bastone. In ogni modo l’uso delle armi flessibili viene introdotto a studenti già avanzati con una buona esperienza, lo stesso dicasi per l’uso delle armi bianche che, considerata la pericolosità, viene riservata ai più esperti praticanti.

Ma non è solo per questo; la spada archetipica è composta da una lama intersecante con un’elsa riproducendo così l’immagine della mistica croce simbolo di connessione e neutralità. Essa è strumento di vittoria e congiunzione tra cielo e terra divenendo strumento di trascendenza.

Un’arma così ricca di significati deve essere necessariamente usata con meditata consapevolezza come richiesto a uno studente avanzato.

Strutturalmente la caratteristica della spada di Gatka consiste di una impugnatura anatomica che praticamente “salda la mano alla lama”. Basti pensare che l’impugnatura stessa viene lavorata sulla misura personale della mano per permettere la miglior presa possibile.

Anche la spada, come il bastone corto, può essere usata in coppia con un’altra spada o più semplicemente con il fodero della stessa.

Nel gruppo delle armi bianche troviamo insieme alla nobile spada il più intimo e personale coltello, il Kirpan, dalla originale e caratteristica forma. E’ lungo circa 30 cm e può essere usato singolarmente o in coppia; solitamente l’attacco viene portato di punta, il taglio stesso del coltello comunque può costituire una buona difesa.

Il Kirpan divenne compagno inseparabile dei Sikh tanto che con l’istituzione dell’Ordine dei Khalsa da parte di Guru Gobind Singh divenne uno dei cinque segni distintivi degli appartenenti all’Ordine. La sua facilità di trasporto e la micidiale efficacia in combattimento fanno sì che quest’arma divenga elemento inseparabile del guerriero alimentando sottilmente un intimo atteggiamento di fermezza e decisione che, sostenuto dall’umiltà, caratterizza uno spirito rivolto alla ricerca della Via.

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