Golden Temple - Amritsar

“Gatka in India. Estratto di un viaggio” – di Santokh Kaur

Ciao a tutti, bentrovati !

Vi racconto una storia…

Ho fatto un viaggio in India. Sono partita il 14 marzo 2006 con il mio fidanzato, Simone, e dopo 12 ore eravamo lì, a New Delhi, dove la mattina seguente ci avrebbe raggiunto un altro amico, Andrea.

Il mio viaggio sarebbe terminato dopo esattamente 40 giorni, il 22 aprile. La scelta era stata casuale, non avevo contato i giorni prima di decidere la data del ritorno. In seguito, però, mi ha molto colpita il fatto che la durata del mio viaggio in India era la stessa della Quaresima, il periodo tra le ceneri e il sabato santo.

Periodo di purificazione e devozione. Questa coincidenza ha dato un valore simbolico in più alla mia profonda esperienza.

Simone e Andrea, invece, sarebbero tornati uno l’ 8 e uno il 9 maggio, raggiungendo così quasi i 2 mesi di soggiorno indiano. Pregnanti e completi.

E tale è stato il mio viaggio: pregnante e completo. Mi sono abbandonata ad esso con tutta me stessa, con tutte le infinite parti di me, senza che a nessuna fosse permesso di tirarsi indietro da questa meravigliosa opportunità di trasformazione.

L’ India… Ci avevo pensato, sì, ma non mi sembra mi fossero mai venute in mente delle immagini, a testimonianza del fatto che non potevo immaginarla…

Torniamo un momento indietro.

L’ Oriente mi affascina da molto, da quella prima adolescenza che mi portò tra le mani un libro sul buddhismo, e poi un altro con 101 detti zen, e poi così via, tanti altri ancora. L’ occasione concreta, però, di incontrare l’ Oriente con la mia esperienza si presentò quando incominciai a praticare Kundalini Yoga e Gatka, un’ arte marziale indiana.

[“Si presentò”, “incominciai”… sembra siano passati decenni! E invece sono passati un anno e mezzo/2. Però sono passati pregnanti e completi, come questo mio ultimo viaggio: 40 giorni che a posteriori mi sembrano mesi.

Il Kundalini Yoga e il Gatka mi hanno appassionata subito e tantissimo. Da quando sono entrati a far parte della mia vita, inoltre, ho subìto una trasformazione sostanziale, un ininterrotto ritorno alle origini. Di me stessa e della mia storia, di quelle della mia famiglia; alle origini dell’ essere umano, con i suoi scopi e desideri eterni e con la possibilità di mettere in atto la sua commedia-tragedia con un determinante libero arbitrio. Alle origini del tempo e dello spazio, oltrepassando i limiti della natura umana, con tutta la sua lotta tra insanabili contraddizioni: spirito e materia, amore e odio, egoismo e altruismo, virtù e colpe.

Finora ho disquisito sulle parole, ma passiamo al pratico. Il Kundalini Yoga mi porta giorno dopo giorno alla riscoperta di una consapevolezza limpida e sincera, seppur talvolta io rimanga “impigliata nelle alghe”, per insicurezza o sfiducia.

Il Gatka, a sua volta, mi riporta fuori, in un certo senso, al confronto tra questa me stessa e gli altri. Confronto che apre nuove dimensioni alla ricerca interiore e spirituale, svelando i miei occhi dall’ eterno velo che li ricopre, filtrando la visuale.

Quello che gli hindu chiamano “velo di Maya”, velo d’ illusione. Illusione, però, che va vissuta fino in fondo, come un’ occasione per operare profondi cambiamenti sul piano più sostanziale di noi stessi e delle nostre passeggere esistenze nel mondo.

Confronto che mostra tutti i suoi cambiamenti ad ogni nostra scelta, di strategia, di atteggiamento, di scopi. E così abbiamo davanti noi stessi, spietatamente nudi. Nudi da ogni costruzione mentale troppo elaborata, da ogni difesa, da ogni indecisione o dubbio sul discernimento tra dentro e fuori, tra buono e cattivo.

Tutto torna alle radici, dove dentro e fuori, buono e cattivo sono intimamente e necessariamente interconnessi. Tutto dipende dalla prospettiva che si vuole assumere, e dal comportamento che ne scaturisce.

Tutte queste, probabilmente, sono cose che tutti noi impariamo nelle nostre esperienze nella vita. Il Gatka riesce a far vivere queste cose con una straordinaria chiarezza e trasparenza, senza lasciare spazio a nessun dubbio sull’ esperienza fatta. Anche se devo ammettere che spesso sono esperienze, almeno le mie, non completamente afferrabili e descrivibili a parole.

Divisa con turbante, per rendere tutti uguali sul piano effimero del look, che però crea tante “sovrastrutture”; spade, scudi, coltelli e altre armi, o meglio “simil-armi”, poiché fatte di legno, per gli allenamenti; l’ Adi Shakti; piedi scalzi e mente lucida; apertura e prontezza. E si è pronti per iniziare una lezione di Gatka, fatta di esercizi preparatori, di combattimenti e di momenti più rilassanti, introspettivi.

In un’ ora e mezza si imparano tanti insegnamenti importanti che, attraverso quella particolare esperienza, si imprimono profondamente sia nelle nostre menti sia negli istinti. Tanto da renderci più consapevoli, presenti, pronti, aggraziati, comprensivi verso ogni lato di noi stessi e, dunque, degli altri; guidandoci nella vita quotidiana, vista come parte di un grande disegno complessivo, di un mandala.

Simili concezioni del mondo – dell’ infinita interdipendenza tra le realtà, dell’ essere umano effimero e passeggero e di quello spirituale e immortale, per esempio – sono arrivate a me attraverso la conoscenza e il contatto con l’Oriente e, in questo periodo soprattutto con l’ India.

Il Kundalini Yoga e il Gatka si sono diffusi in Occidente ad opera di Siri Singh Sahib Harbhajan Singh Khalsa Yogi Ji; conosciuto come Yogi Bhajan.

Quest’ uomo, morto un paio di anni fa, era originario di un villaggio nell’ attuale Pakistan, a quel tempo (26 agosto 1929) ancora Punjab-India.

La sua famiglia era benestante. La prima scuola che frequentò fu cattolica. Presto iniziò a studiare le religioni e le scritture, a visitare luoghi sacri e insegnamenti nobili.

Studiò Hatha Yoga, il funzionamento del sistema nervoso, Tantra Yoga, i Vedanta e a 16 anni fu maestro di Kundalini Yoga.

Diffuse questi insegnamenti in India e in Canada; divenne una guida spirituale del Sikh Dharma in Occidente per molti allievi.

Sikh Dharma che, dopo varie crisi in Punjab, rappresenta un punto di riferimento anche per tanti Sikh indiani.

Il Gatka fa parte della tradizione sikh e la capitale del Sikhismo, in India, è Amritsar.

Perciò Simone, Andrea ed io, lungo il viaggio, ci siamo fermati anche ad Amritsar, essendo tutti e 3 praticanti profondamente coinvolti.

Di seguito inserisco un estratto del mio diario di viaggio, quello che racconta di questa esperienza. Ho voluto aggiungere questa parte introduttiva a posteriori, una volta tornata e una volta che tutto ha iniziato ad integrarsi con la mia persona di prima e con quella di poi; una volta che la mia mente ha selezionato e dato un senso a tutti i fotogrammi che hanno composto il mio viaggio perché “nel mentre” sentivo troppo forte la presenza delle emozioni, la mia vulnerabilità. Ora, invece, tutto è diverso ed io sono pronta per trasmettere.

Buona lettura!

Amritsar, 4-4-06, mattina

Ed eccoci al Golden Temple . Siamo arrivati ieri notte, verso le 2:30. Dovevamo venire con l” autobus stamattina, da Patankhot; ma poi mezz” ora prima di partire da Mc Leod Gunj , Simone ha incontrato finalmente Vijay, il suo amico che cercavamo da giorni.

Lui è un autista del taxi, per cui alla fine abbiamo deciso di venire ad Amritsar direttamente, con la sua macchina.

Ora sono qui, nella stanzetta per 3 – perfetta – che ci hanno messo a disposizione in un Nivas di fronte al Golden Temple. Qui davanti c’ è una mensa. Stanza e cibo per tutti: fantastico. Poi c” è’ un sacco di gente che dorme ovunque, circondata da grande ospitalità da parte dei Sikh. Questa virtù, infatti, è peculiare dei Sikh, li distingue.

Questi omaccioni e queste donnone sono buffi: rigidi e altezzosi, fermi e determinati. Ieri notte si muovevano a passo svelto e deciso nel Tempio, pulendo e pregando; seduti, osservavano, meditavano e ascoltavano la lettura del Guru – il Libro Sacro, sempre estremamente composti.

Ci sono anche molti occidentali.

Il Golden Temple è meraviglioso. Tutta quell’ acqua che lo circonda rende la sua energia davvero forte, ridondante. Ci si accede tramite un ponticello, anche esso laminato d’ oro, il metallo più puro. Intorno alla piscina, che aiuta a far risplendere la luce, ci sono colonnati e costruzioni bianchi. Tutto splendente, grazie al servizio di tanta gente che pulisce non per denaro ma per compiere un atto di devozione.

Amritsar, 6 aprile 2006

Novità su novità! Amritsar è una città completamente diversa da quelle che abbiamo visto finora – che, a loro volta, erano anche profondamente diverse tra loro. Amritsar è popolata di omoni bruni e barbuti, mentre nell” India vista prima la statura media era molto bassa, al peso medio non ci voglio neanche pensare – visto che spesso si incontrano persone in stato di evidente denutrizione – e di peli non mi pare ci fosse questa abbondanza.

Va considerato sicuramente che Amritsar è nello stato del Punjab, in cui la maggioranza della popolazione professa la fede sikh. I Sikh non tagliano barba né capelli né peli di ogni genere per rispetto verso la creazione divina in tutti i suoi aspetti; proteggono testa e capelli – considerati molto importanti e delicati – con dei turbanti di ogni colore e forma possibili.

Sembrano fanatici del loro stravagante look. Come lo sono della loro città e del Golden Temple, di cui fanno spesso domande. In altre parole, hanno un forte senso di appartenenza. Tutti si salutano con due formule, a volte con una e a volte con l” altra: una è SAT SIRI AKAL (che vuol dire LA NOBILE VERITÀ è SENZA MORTE) e l” altra è WAHE GURU JIKA KHALSA, WAHE GURU JIKI FATEH (che significa qualcosa come LODE ALLA PUREZZA DEL GURU, LODE ALLA VITTORIA DEL GURU).

È frequentissimo incontrare delle persone che ci fermano per strada o che semplicemente ci salutano così. E mostrano il loro sorriso più smagliante e orgoglioso quando si sentono rispondere con le stesse parole.

I Sikh hanno un passo fermo e deciso; sorridono molto meno degli indiani che ho incontrato altrove, ma appena si sorride loro, l’ armatura di rigidità e implacabilità si scioglie: dei burberi dal cuore tenero!

Ieri sera abbiamo cenato in un ristorante di nome Crystal, il primo ristorante di lusso che visitiamo qui. Non sapevamo neanche di trovare qualcosa del genere: un fiume di camerieri in smoking, lampadari vistosi, pareti color albicocca. Luci soffuse, ma non troppo.

La musica era bellissima e ad un volume perfetto; il cibo molto vario e delizioso. Ci siamo concessi un ristoro per gli intestini, dando loro tregua con dei piatti italiani e abbiamo mangiato un dolce che non sarà facile battere in bontà.

La cosa più curiosa di questo ristorante, comunque, per me era la classe sociale: l’ India ricca, ben nascosta e alquanto inimmaginabile in mezzo all’ estrema povertà dilagante. Uomini e donne grassi e ingioiellati, con bambini vestiti in stile occidentale, sfoggiavano tutte le loro possibilità materiali con disinvoltura e con tutti i tipici atteggiamenti che contraddistinguono i gruppi di un certo rango: altezzosità, egocentrismo, capricciosità e una certa sicurezza ostentata.

È stato un viaggio nel viaggio, in un mondo parallelo che è sempre indiano, ma è ben riparato dalle innumerevoli disgrazie di strada che strappano l’ anima.

Amritsar, 8 aprile 2006

Dopo tante ricerche, ce l’ abbiamo fatta! Andrea ha chiesto a destra e a manca per scoprire dove poter praticare un po’ di Gatka, in un posto che non fosse la Miri Piri Academy, per confrontarsi con degli indiani piuttosto che con degli americani, forse troppo simili a noi.

L’ altro ieri sera finalmente un uomo gli ha indicato un Gurdwara in cui potevamo partecipare ad una lezione, alle 6:30 a.m. Per cui la mattina ci siamo svegliati prima dell’ alba e siamo andati.

L’ insegnante era un signore dall’ età piuttosto avanzata e dall” occhietto sempre ben vispo e attento. Aiutato da un ragazzo, ha sistemato tutte le armi su un telo a terra e ci ha indicato come iniziare a riscaldarci.

È stato bellissimo muovere il maratthi sull” ampio piazzale del Gurdwara, faccia a faccia con il sole che sorgeva e con le mille coreografie degli uccelli all’ alba.

Ci è stata insegnata una sequenza con il hatti – arma con cui mi trovo molto bene, ma che ho usato raramente – e per una mezzora abbiamo assistito ai combattimenti tra i vari allievi. Saremo stati una decina, di ogni età: da ragazzi giovanissimi a ragazzi più maturi, fino a uomini con la barba bianca.

Ho fatto tantissime foto e ho cercato di godermi al massimo l’ insolita situazione.

La mattina dopo Andrea ci è tornato di nuovo, per realizzare il suo desiderio di partecipare anche a qualche combattimento e è tornato vittorioso: ha combattuto. Io non ce l’ ho fatta ad alzarmi alle 5 perché con Simone ci eravamo organizzati una seratina romantica, che è durata fino all’ 1:30 a.m.

Ma mi è bastata una possibilità per essere soddisfatta, e per gettare il seme per un altro sogno da realizzare: tornare in India per dedicarmi esclusivamente a danza, yoga e gatka.

Ho inserito questo estratto del mio viaggio in India per inquadrare più stabilmente il Gatka nella cultura in cui nasce e nelle terre in cui lo si pratica per tradizione, per rafforzare la memoria storica della popolazione sikh del Punjab.

In Occidente, invece, lo si pratica come arte marziale, come tecnica per coltivare l’ equilibrio e la consapevolezza, interiori e esteriori; come tecnica per confrontarsi con le leggi che regolano la vita e, così, per preservare il benessere come essere umano su tutti i livelli: fisico, mentale e spirituale.

Livelli che dovrebbero necessariamente armonizzarsi tra loro per raggiungere il principale scopo dell’ uomo: la realizzazione di se stesso.

Trovo interessante confrontare queste realtà, quella indiana e quella occidentale, nei confronti di questa arte marziale che, per certi aspetti, può essere forse considerata una sorta di via; via attraverso cui viaggiare in se stessi, nella vita e nel cosmo. Un po’ come il tiro con l’ arco zen.

Spero vi sia stato utile e leggero il mio racconto.

Ilaria Cusano – Santokh Kaur

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